C’era una volta, in una terra ‘lontana lontana’…

Oggi in natura il giorno e la notte si equivalgono. Mi piacerebbe che questo equilibrio influenzasse ogni aspetto della vita, ma non è così e siamo ben lungi dall’esserne vicini.

Stamane a Cagliari è venuto in visita il papa, un papa come un altro, l’ultimo di una lunga serie. Lunga, ma non come la notte dei tempi. Lunga, ma non ancestrale, radicale. Lunga, ma non infinita, rappresenta solo una parentesi che dura da un po’, ahimè, ma che non sarà tale per sempre.
Cagliari si trova in Sardegna, una terra ‘lontana lontana’, come la galassia di ‘star wars’.

Lontana nel senso di arcaica, ancorata al mare con radici senza fine, o quasi. Su questa terra molto è stato detto, poco davvero si conosce. E coloro i quali meno la conoscono, sono quelli che la abitano. Ché le frasi più profonde e azzeccate, le ho sentite proprio da chi non la abita di nascita o di residenza, ma certamente col cuore sì. Ed è lì che la coscienza si spalanca, nel cuore. Il resto sono chiacchiere da bar, o follie collettive a cui ormai tutti sono abituati a credere, come la fede che portano al dito o quella che li spinge a correre in massa verso un papa quale che sia, a osannarne il ‘verbo’ e ‘le promesse’.
Si sentono, in effetti, tutti un po’ figli di una fantomatica terra promessa, i sardi. Credono di essere il popolo usurpato a cui spetta un futuro, come se il futuro fosse un’astrazione a cui chiunque possa dare un volto, per riuscire a far sentire questa gente sicura della propria esistenza, o per meglio dire, al proprio posto. Ma questo sempre al di là di se stessi, mai per scelta propria, da delegare al pastore di turno.
Quello che più mi ha colpito in questi giorni e che oggi è arrivato al suo apice, è stato l’assillo continuo di post e frasi varie su facebook. Persino persone che non pensavo, a fare la cronaca minuto per minuto, delle parole altisonanti che il papa ripete come da copione e a cui tutti, quasi, rispondono con commozione e gaudio. Scultura_nuragica
Poi, a un certo punto, ho postato l’immagine che riporto anche qui, di una Dea Madre sarda del 3.500 a.C., a ricordare che la chiesa e i suoi attori, non sono che l’ultima parte decostruita di una storia lunghissima a cui siamo collegati. In Sardegna e non solo, le prime società erano strutturate in maniera completamente diversa da oggi. Erano società paritarie, o gilaniche (ne ho parlato altre volte in questo blog) e la loro spiritualità si manifestava con il culto della Dea Madre che altro non rappresentava se non la Vita stessa. Madre e Padre – femminile e maschile – concepivano vita che moriva e rinasceva in altra vita. Questi culti antichi erano strettamente connessi al concetto di reincarnazione dell’anima, che riproponevano e osservavano in ogni cosa intorno a loro, nella ciclicità della natura. Le stesse tombe avevano forme che ricordavano l’utero materno e all’interno delle quali i corpi venivano messi in posizione fetale. Questa consapevolezza della rinascita dopo la morte non può che essere legata alla conoscenza della reincarnazione dell’anima. Sono certa che le società di quel tempo fossero consapevoli del ciclo dell’anima e della sua evoluzione.
Detto questo, mi piacerebbe sapere quanti in questa terra considerata ‘magica’, ‘spirituale’, ‘energeticamente potente’, dai tantissimi che vi approdano, conoscano, e non solo a livello di studio convenzionale, le origini, le radici ‘lontane lontane’ che affondano in un trapassato sepolto da millenni di culture che sopra si sono stratificate. In realtà penso di saperlo, sono pochissimi, e li conosco più o meno tutti. Gli altri ignorano e sono persino boriosi nella loro ignoranza. Perché sono addormentati, vivono di menzogne al valium, e gli piace così. In tal senso è vero che la religione è l’oppio dei popoli. Lo è perché completamente slegata dalla spiritualità di cui osa parlare, abortendola con il controllo mentale attraverso il gioco perverso della paura (della morte in particolare) e del senso di colpa atavico. Tenta e quasi sempre riesce, di offuscare il cuore delle persone. Le religioni ‘uccidono’ la spiritualità – verità trascendentale – che nulla ha a che fare con i comizi di piazza o con gli ‘unti’ dal Signore. Nulla ha a che fare con ‘il lavoro che non c’è’, con la pubblicità, il turismo (sì, ho letto anche che l’importanza della visita di questo papa o di un qualsiasi altro, era fondamentale a questo proposito); o ancora con i diritti degli individui (e basta con le frottole sul papa diverso in quanto a idee, che non sarebbe certo stato messo lì se non rappresentasse la chiesa in tutto e per tutto, strategia demagogica inclusa).
Il mio sentire spirituale è reale, non appartiene a uomini che predicano. Il mio stare a contatto con gli esseri spirituali è diretto. Non ho bisogno di un pastore che mi guidi perché non mi sento pecora. Ruggisco come una leonessa e percepisco presenze positive intorno a me, invisibili a occhio nudo. Quello che sento trascrivo e condivido, di modo che ognuno possa conoscermi per chi sono davvero, senza la maschera della vergogna che molti indossano, incapaci di parlare senza i dogmi a parargli il culo.

Questo papa – come tutti gli altri – che neanche nomino perché come dice il detto ‘morto un papa se ne fa un altro’, non mi rappresenta. Mi auto elimino volentieri dal soggetto delle frasi fatte che gli danno il benvenuto a nome dell’intero gruppo di persone che vive in questa terra. Che ognuno parli per sé, ché l’era del gregge è finita e io comunque non sono mai stata pecora e senza offesa per le pecore, intelligenti quanto gli umani forse  mai saranno.

Oggi in natura il giorno e la notte si equivalgono. Mi piacerebbe che questo equilibrio influenzasse ogni aspetto della vita, ma non è così e siamo ben lungi dall’esserne vicini.

A quanto pare.

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Pensieri secchi

Sono passati diversi mesi dall’ultimo post che ho scritto ma non ho scadenze, sono piuttosto genuina. L’ultima volta scrivevo dell’estate, di quanto fosse un mito da sfatare e che personalmente, non amo in maniera particolare. Specie da quando è diventata afosa. Anche se devo ammettere, questa estate appena trascorsa è stata sopportabile e breve.

La mia estate l’ho vissuta tra le parole, immersa nella correzione di un romanzo lungo, sarà anche per questo che l’ho vista scorrere veloce, come le pagine folte dei fogli. Ora che ho preso un po’ di respiro, mi sono resa conto che l’aria è più tersa, le nuvole corrono inseguite dal vento, e spesso si addensano cupe in piogge nevrasteniche, presagi di ricordi straripanti. blogpic

Ed eccomi qui, a scrivere ancora per migliorare, migliorarmi, soprattutto. Ho pubblicato anche un racconto su carta, una cosa inaspettata cominciata al principio dell’estate e conclusa qualche giorno fa sulle pagine di una collana di racconti. Un bel pensiero, è stato. Di bei pensieri ne ho avuti tanti e tutti, uno per uno, sono desideri in via di compimento. Ora li vedo così, come le stelline dorate che a volte appaiono ai nostri occhi, sdrucciolando la realtà in sogni che prendono forma.

Come tutti, ho una stagione che preferisco alle altre e forse contrariamente a molti, la mia trasmuta. Da un po’ di tempo a questa parte, l’ho detto più volte, è l’autunno. Divenuto fonte d’ispirazione imparagonabile, ricoperto di odori e memorie nuove, per niente nostalgico, anzi, felice del proprio presente. Una stagione che non ricerca il passato nell’estate che lo precede, né brama il futuro nell’inverno in cui va a confluire. E in questa stagione i pensieri si concretizzano spesso nelle prime escursioni, dopo la flemma fisica del caldo; con le sagre e i raffreddori a starnutire gioiosi di coperte morbide sui piedi e sciarpe leggere intorno al collo.

E poi c’è la fotografia. Questa densa visione della realtà animica, che nulla ha a che fare con la lettura sterile che più spesso se ne dà. Ho sempre fotografato, ma ora mi diverto a farlo più spesso, e come molti ho un profilo su instagram. Il che non fa di me una fotografa o un’esperta del settore, ma a me non importa. Ultimamente, leggo spesso di fotografi del mestiere innervositi dal numero crescente di persone che si cimentano a fotografare qualsiasi cosa. E’ un’attività ludica, una di quelle in cui ti perdi, dove il senso si ritrova nella singolarità del momento in cui tu scegli di fare una foto e di condividerla. Non è meramente una questione estetica o comunicativa, no. E’ creatività, spazio dell’anima, visione occulta.IMG_4517 E’ una scoperta, d’introspezione, sono i segreti che prendono forma e parlano di sé al mondo. Non c’è bisogno, ho scritto io stessa da poco sul mio profilo facebook, di essere ‘Fotografi’. Basta l’anima. Come in tutte le cose, basta l’anima. Se si è capaci di sondare dentro se stessi, anzi, di far uscire se stessi da quella gabbia inespressiva che è l’ego, così composto, o forse scomposto, in professioni che dettano i cliché di un mondo allo sfacelo e annoiato.

Perché negare alla creatività di scrivere, disegnare, fotografare, o altro, per la presunzione di chi pensa di saperne sempre di più? Ma come si può pretendere di conoscere quello che altre anime captano? Come giudicare un impulso a un gesto, rifacendosi al mezzo e alla tecnica che quel gesto utilizza? Sbaragliando d’un colpo l’infinito che vede al di là del gesto stesso.

Queste critiche alla ‘massa’ andrebbero fatte su ben altre questioni. Se la ‘massa’ si svegliasse una mattina e creasse all’unisono, non sarebbe più ‘massa’, ma una serie d’individui che iniziano a scorgere a modo proprio qualcosa oltre la realtà piatta e ripetuta, per inoltrarsi in territori nuovi. Nelle migliaia di milioni di foto che appaiono ovunque, ognuno trasmette la propria diversità sebbene condivida, per così dire, la ‘stessa realtà’. Non è affatto vero che le foto amatoriali non hanno un ‘messaggio da trasmettere’ (mi piacerebbe a tal proposito conoscere il messaggio che trasmettono i vari ed ‘espertissimi’ fotografi pubblicitari, per esempio). Chiunque racconta qualcosa. Ma non è nemmeno questo il punto. Non credo ci debba essere per forza una storia, un messaggio, perché anche così si diventa convenzionali. E si rischia di trasmettere solo gli stereotipi dell’ego con le proprie frustrazioni.  Roba già vista, e fin troppo.

Perciò, meglio svelare la verità, quale che sia, senza appannare gli occhi con i fronzoli di una pseudo realtà.

Il pudore lo lasciamo ai professionisti – di qualsiasi cosa – s’intende.

Chi non sa fare una foto interessante con un apparecchio da poco prezzo, ben difficilmente otterrà qualcosa di meglio con la fotocamera dei suoi sogni. (Andreas Feininger)

Credo davvero che ci siano cose che nessuno riesce a vedere prima che vengano fotografate. (Diane Arbus)

L’importante non è la fotocamera, ma l’occhio. (Alfred Eisenstaedt)

Di sicuro, ci sarà sempre chi guarderà solo la tecnica e si chiederà “come“, mentre altri di natura più curiosa si chiederanno “perché“. (Man Ray)

 

 

 

Sfatare i miti, a partire da quello dell’estate.

Ed eccoci qui, anche quest’anno l’estate è arrivata, con i suoi fastidiosi cliché e l’afa che li accompagna. E sì, perché di questo ormai si tratta, di consuetudine. L’estate è un luogo comune, uno di quelli dove chi non si ritrova a percepire ed esternare le stesse sensazioni di molti altri, la cosiddetta maggior parte della gente, viene visto come l’estraneo del momento, quello o quella che non si conforma alla leggendaria euforia estiva.blogpic

Di tanto in tanto su internet leggo commenti di ogni tipo, da quelli che come me, non sono particolarmente felici di questa stagione nostrana (ché c’è estate e estate, che varia da luogo a luogo) e monotona, ai più che come guerrieri, ne difendono l’onore, manco fossero nati esclusivamente per vivere in questa stagione, snobbando le altre che con le loro nuvole minacciose incutono ombra e timore alla massa, la quale, come da copione, deve uniformarsi alle ferie aziendali che sono e saranno sempre rigorosamente estive. Questo per chi ha ancora un lavoro, da queste parti.

Ho passato diverse estati della mia attuale vita, felici e piene di aspettative. L’estate era il periodo in cui la scuola terminava, prendeva la giusta pausa dalle fatiche scolastiche. Inoltre, per tanti anni, fin da bambina, andavo ad abitare in una splendida casa sul mare, tra i giardini e il profumo di rosmarino che saliva fino alla cucina, rendendo le pietanze ancora più gustose. Quella casa esiste ancora, ma non mi appartiene più. Né sulla carta, e nemmeno per quanto riguarda il suo contesto, con i suoi giardini, i ricordi. Sono dentro di me, li ho assorbiti, li ho vissuti, ma io ora sono qui, sono andata oltre. E una parte di vita è passata tra la bambina che ero e il mio essere donna.

L’estate è una stagione, su questo non ci piove (ahimè!), e per tanto la rispetto. Rispetto i cicli della natura, tutti, e l’estate è parte di questo ciclo. Detto questo, il sapore dell’estate di un tempo è cambiato. Le stagioni sono tutte un po’ sfasate, e il caldo limpido accompagnato dal vento di maestrale di qualche anno fa, così come i temporali in agosto, sono quasi spariti su questa zona della Terra, la Sardegna. Se è vero che devo accettare ogni cambiamento, accetto anche questo, ma ciò non significa che la cosa mi debba piacere per forza, anzi. Credo di avere il sacrosanto diritto di esprimere il mio malcontento nei confronti di una stagione che non mi manda in visibilio.

E i motivi li ho in parte già elencati. L’afa con i suoi capogiri, il respiro corto, i ricordi d’infanzia che fanno parte del passato e trasmutano verso una consapevolezza diversa della vita, il bisogno (forse tutto mio personale) di un ambiente fresco, dove inspirare aria pulita a pieni polmoni, senza sentirsi soffocare e al tempo stesso sciogliere come un ghiacciolo fuori dal frigorifero. La necessità, spesso disattesa da un lungo susseguirsi di giorni soleggiati e tutti uguali, delle nuvole che accompagnino il sole in questo suo momento solenne (fin troppo) senza per questo levargli la visibilità che, diciamoci la verità, da queste parti è sempre piuttosto in auge.

Per questo faccio sempre l’esempio di coloro che vivendo in paesi piuttosto freddi e ombrosi godono – giustamente – del breve calore che gli è concesso durante i giorni di vacanza, diversamente da chi in questa ‘perenne vacanza’ al sole, ci vive tutto l’anno. Lo faccio perché mi rendo conto che si ha bisogno di ambienti incostanti, diversi dalla routine. E il sole è sacro come la pioggia, perciò ben vengano ad adorarlo coloro che lo assorbono meno di noi che pure d’inverno ne sentiamo l’influsso a sufficienza. Io stessa, tempo fa, ho patito ‘il mal di tempo’ a Londra, durante un breve periodo di vita lì. Ricordo il mio volto serenamente malinconico, appoggiato al finestrino del bus. Aspiravo ai pallidi raggi di sole, come ora rincorro le nuvole, sperando che si fermino sopra il mio cielo a rassicurarmi, magari con qualche goccia d’acqua sulla terra secca.

Chi lo direbbe mai a sentirmi ora? Che come una lucertola mi stendevo ovunque, ad abbronzare la pelle pallida che mi ricopre dalla testa ai piedi. Le scottature felici, non curanti dei bruciori, pur di portare un po’ di quella stramba euforia del sole su di me.

Ecco, tutto questo io lo conservo, in maniera preziosa, come ogni segno di vita che ho assemblato in questi anni. Ma sono lieta di scorgere anche le conseguenze del passato, quei passi che silenziosi si dirigono verso altre stagioni, interessi, stili di vita. Quelle cose che non sei tu a mutare, ma che arrivano e sono loro a trasformare te. Sono le fasi dell’esistenza, i richiami ad altre scene, diverse storie da vivere.

E questo lo scrivo anche per sfatare l’idea che chi non predilige l’estate alle altre stagioni sia una persona triste o tendente alla depressione. Al contrario! Se avessi bisogno del caldo e dello stare al mare per essere felice, sarebbe triste. Dovrei preoccuparmi. La natura tutta è piena di meraviglie, visibili per lo più in altre stagioni rispetto a quella estiva che esclude molte diversità, essendo troppo calda e sfocata per essere variopinta.

Domani sarà il solstizio d’estate, la giornata più lunga dell’anno. I solstizi sono due, uno estivo e l’altro invernale. Ho letto che nell’antica Grecia erano chiamati porte, quello estivo ”porta degli uomini”, quello invernale ”porta degli dei”. Il primo era l’ingresso nella sfera materiale della creazione, l’altro nel divino, nel regno soprannaturale.

Una bella metafora, a mio avviso. E mi ci ritrovo perfettamente. La mia vita trasfigurata trova la sua giusta collocazione nell”inverno’ dell’esistenza, avendo sperimentato l”estate’ più e più volte.

Nessun giudizio, nessun dramma, nessun mito a proposito.

A ognuno la propria stagione evolutiva.

E in ogni caso, dal solstizio d’estate in poi, le giornate cominciano ad accorciarsi.

Che bello.

”Anche l’autunno della vita ha le sue luci, quelle luci che non hanno le altre stagioni”.

Joseph JoubertPensieri, 1838 (postumo)

 

 

 

Il tocco di un angelo

La giornata di oggi è cominciata nervosa, è il periodo. Il mio periodo, quello mensilmente fisiologico che mi rende tesa come una corda in preda al panico di essere toccata, smossa, urtata. Fino a ieri i crampi tiravano e languivano in lacrime che non capivo, stuzzicate dalle note di una canzone, un cuore trovato ‘per caso’, il tocco di un angelo.

Sì, il tocco di un angelo. Spesso mi capita di sentire questa presenza luminosa e potente, nel senso più eterno del termine.

Un cuore trovato sul letto, un nodo perfetto e bizzarro. Non ho perso tempo, l’ho fotografato e l’ho messo su instagram, mi è sembrato bello, stupendo, il messaggio speciale della giornata. Una ‘picoftheday’ degna di essere inviata lì, in giro per il mondo, condivisa. 480188_10200413216046375_703589808_n

Ed è con le immagini, ultimamente, che amo maggiormente esprimermi. Le parole le trovo sempre più incolori. Ma mai inutili, questo è certo. E ci sono momenti in cui continuo a ritenerle necessarie.

Un amico mi ha inviato un suo racconto, e sì che le parole sanno essere importanti.

Sono passata da mia madre e ho visto che scriveva, la creatività non rispetta orari, si nutre di Libertà assoluta. E’ Libertà.

Ogni volta che un momentaneo logorio interno si presenta a noi, la creatività è il nostro lasciapassare per respirare aria. Ascoltare gli orizzonti di Luce che nello spazio angusto in cui viviamo sembrano ombre.

Questi flessibili e intermittenti attimi ci aiutano, ci esortano a Essere la Vita stessa. Lontana dai burocratici assedi giornalieri, le ricerche spasmodiche di lavori a tempo in-determinato, le assicurazioni da pagare, le giornate sfumate con un film che pensavamo fosse bello, invece era noioso.

Ma fuori dalla sala, quel film è una pellicola inefficace, bello o noioso che fosse. Il film non è lì, è nelle nostre tasche piene di mani che girano in tondo, creando cerchi di gioia verso il cielo.

E le stelle, e la Luna. La luna, così oscura oggi, invisibile ai nostri occhi di domani. La Luna che scompare, lentamente, come i miei sogni lucidi nelle notti prima del mestruo, interrotti dai singhiozzi insonni.

Però ascolto, non smetto mai di farlo. Il silenzio, il rumore fitto delle parole che dovrebbero morire ma che sono là, guardiane del tempo, a scacciare il sonno che a cavallo si avvicina su un manto bianco e biondo, di riccioli azzurri, conosciuto, ma cangiante, a volte il suo volto diventa scuro, irto, peloso. Sembra un cinghiale, uno di quelli che da bambina mi facevano paura se li vedevo la notte, tra le frasche della vegetazione mediterranea in cui ero solita sognare.

E guardavo le stelle, sempre in quelle notti profumate dai cespugli autoctoni, verde scuro e a tratti fluorescente, a seconda del riflesso della luna sul mare. Le stelle cadevano a miliardi, una dietro l’altra, danzando nei miei desideri più lungimiranti. Ricordo che non chiedevo di darmi qualcosa, ma un Mondo bello, pacifico e per chiunque. Chiedevo che la Luna e le stelle danzassero insieme al sole, tuffandosi in mare tutti quanti, risorgendo a nuova Vita. Per deviare l’obbrobrio che percepivo e ricordavo da secoli di vite vissute a vedere i sogni perire.

Oggi quei desideri sono qui, nero su bianco, forse lo sono sempre stati.

Non c’è un oggi-ieri-domani.

Un sempre sì.

Quello non muore mai.

Cosmopolitismo e Libertà.

Rieccomi qui, coi miei tempi, quelli che mi concedo sempre tra un post e l’altro, per non scrivere a sproposito, per non scrivere per il solo gusto di farlo, perché nel frattempo mi esprimo su altri livelli e poi perché, semplicemente, accade così.

Accade che mi prenda delle pause lunghe e quando poi scatta qualcosa dentro di me, scendo qui sotto, dove la profondità rende tutto ovattato e le parole cominciano a prendere forma.img_1874

E’ quasi onirica la mia scrittura, vive di risvegli e assopimenti. E si desta spesso quando sente rumori strani. Quei rumori sgradevoli che non lasciano tregua, che anche se metti i tappi per non sentire, non serve a niente. Quei rumori ti svegliano.

E quando accade, ti girano parecchio le scatole, ché non sono i cinguettii degli uccellini, in questo caso, ad aprirti gli occhi.

Apri gli occhi, ti guardi intorno, e ti accorgi che anche il gesto più nobile può essere trasformato in qualcosa di gretto, volgare e finto.

Nel mio penultimo post ho scritto di quello che è il mio sentire riguardo al mondo, questa sfera che gira. L’ho fatto scrivendo di quello che percepisco riguardo al nascere, crescere da qualche parte, pur con le varianti che contraddistinguono l’esperienza che ognuno di noi ha avuto nella sua vita (attuale e non).

Mi sono chiesta, neanche troppo insistentemente, se questo sentire fosse lo stesso di quello di altre persone che vivono qui intorno, e la mia risposta è che mi sento abbastanza isolata nel mio pensiero e nel modo di vedere le cose.

Tengo a precisare che quest’isolamento non mi aliena, ma mi rende felice. Ho passato anni della mia vita a credere che essere ‘diversa’ potesse alla lunga portarmi alla follia, poi ho capito che la follia è di chi è inconsapevole, di chi non parla con la propria voce, di chi finge e non ammette di essere ciò che davvero è. Chi si dipinge in un modo e se per caso un giorno gli fai notare che quelle linee non sono così realistiche come pensa che siano, se gli fai vedere che il quadro che antepone a se stesso rivela ben altro da quello che vuol far credere, allora non sa più di cosa parlarti, non riesce nemmeno a comunicare la rovina del suo piccolo mondo falsato. Perché non ammette repliche e non dirà mai, mi sono inventato questo modo di sembrare perché avevo perso me stesso da qualche parte.

Non c’è nulla di male nel perdersi. Nel sentirsi isolati, sebbene con una scintilla interna che ti spinge a esprimere quello spazio da cui nasce. Non c’è nulla di male nel dire espressamente che qualcosa di quei pensieri così perfetti e quadrati che avevamo un tempo si è incrinata e che forse non rappresenta più quel quadrato stesso. Le forme non sarebbero tali se fossero inalterabili. Così ogni cosa che ha una forma, sia essa un pensiero, un corpo, una terra o altro, muta. E nel mutare diviene reale perché non è subdolamente appiccicata a un muro, come un’opera d’arte da ammirare. Ma vive e trasmuta.

Se penso al mondo, mi viene in mente una specie di orgasmo, un’eruzione continua, in movimento. Quando faccio un percorso regresso fino al suo primo esordio, quello che il mio inconscio legge è un divenire illimitato. Gli stessi continenti e terre di oggi, allora non erano ciò che sono (in spostamento) oggi. La fissità non è un sostantivo che potrei usare per indicare questa terra. Credo nessuna terra, in nessuna dimensione.

Per questo, la parola più spontanea che conosca per descrivere me stessa rispetto al mio stare qui ora, è cosmopolita.

Quando qualche giorno fa ho letto da qualche parte qualcuno che citava una frase dando del ‘provinciale’ a chi preferisse guardare oltre la propria cultura locale, ritenendo il mondo ‘esterno’ più interessante (o altrettanto, ma ovviamente non era specificato) del mondo ‘interno’ in cui si è nati e cresciuti, ho riflettuto su questa cosa. Ho riflettuto su come sia facile far credere alle persone che siano sciocche, in un modo o in un altro. Di come chi porta avanti un certo discorso nazionalistico e propagandistico, ami far sentire gli altri chiusi, rigirando la frittata a proprio piacimento, con la convinzione che basti una frasetta fatta messa lì per far salire il dubbio a chi effettivamente non si è mai sentito cittadino solo di un luogo, ma di altri migliaia sparsi ovunque, nel mondo.

Per un motivo o per l’altro, le persone, i gruppi di persone, le associazioni politiche, così come religiose e culturali, vogliono sempre farti credere che non sai niente, che quello che pensi di sapere non è ciò che devi sapere, che c’è una cultura ‘altra’ la quale cerca di convincerti di cose diverse e se ‘segui’ la cultura ‘giusta’ ti renderai conto che la verità è quella e tutto ciò che hai sempre pensato di sapere fosse falso.img_1531

Beh, io non mi capacito ancora di come possano esserci persone così spocchiose che siano convinte sul serio di poter insegnare la vita e il mondo agli altri. Che vorrebbero farti credere che c’è una strada più retta da percorrere, dove la prossima uscita sarà la Verità assoluta. La verità che loro pensano sia la verità. Questo in sintesi il pensiero di molti agglomerati umani convinti del loro essere ‘superiori’ rispetto ad altri. E tutti con la propria verità in tasca, pronta all’uso. Dei guru usa e getta, che del loro credo fanno l’unica e possibile ragione di vita propria (e fin qui…), così pure di quella degli altri.

Ho sentito commenti di scherno verso altri luoghi e persone, ho sentito parlare di Libertà a seconda di chi la vivesse, come  fosse una cosa, tipo giochino per bambini, che siccome ce l’ha lei/lui e non io, allora non mi piace, perché voglio la mia di libertà, quella degli altri non m’interessa! A mo’ di capriccio. Non m’interessa la Libertà in quanto tale, di qualsiasi individuo e di qualsiasi luogo, m’interessa la mia libertà, quella del mio popolino misero misero e disperato. Già, perché l’ego di questo popolino disperato è talmente grande, da non rendersi più nemmeno conto di essere andato oltre qualsiasi barlume di Libertà. Di aver distrutto al momento ogni possibilità di tolleranza e connessione col mondo esterno, che è l’unica Libertà auspicabile.

Ho rivalutato ogni storia che potesse avere un senso, ho capito che i sensi di qualunque storia narrata sono distorti. Alterati a proprio godimento, per far combaciare il proprio quadrato.

Calpesto il luogo in cui vivo ogni giorno, ne amo ogni singolo odore (o quasi) e pietra. Perché ognuna di queste ultime mi ha portato qui e mi porterà altrove, lontano lontano. E mi sento libera qui come mi sentirei libera altrove. Non esiste Libertà che non sia innata in ogni essere.

Se la si brama, la si esige, quella non è Libertà.

E’ solo il vostro quadrato ideale.

Parole indipendenti su aspetti incongruenti

Da poco, qualche giorno fa, mentre girovagavo sul web, mi è capitato di leggere dei commenti sui risultati di queste ultime elezioni italiane (ma non entrerò in merito alle stesse, ché non è questo che m’interessa), da parte di alcuni cosiddetti indipendentisti sardi.

Premessa. Sono nata in Sardegna – in questa vita, dato che credo fermamente nella reincarnazione – e non ne vado né fiera, né la cosa mi rattrista. Trovo che questa terra sia meravigliosa, selvaggiamente attraente, colorata, piena di profumi speciali che conserverò per sempre nella mia anima, qualunque sarà la mia destinazione successiva, una volta che lasciata questa vita, tornerò (ché non credo l’evoluzione sia ancora completa) a incarnarmi sulla terra per proseguire la mia crescita di essere spirituale.

Durante i miei quasi trentasette anni di attuale vita, ho viaggiato (ultimamente meno, ma riprenderò). Più che altro è successo che fin da bambina ho avuto la possibilità di muovermi tra ambienti diversi, in luoghi diversi, e non solo. Essendo figlia anche di un albergatore, il mondo è sempre stato di casa, a casa mia. Ho ricordi molto lontani di me che parlo con americani, inglesi, tedeschi, italiani, spagnoli, indiani, e altri umani di ogni luogo. Ho il ricordo vivo, come fosse oggi, di me che dopo la prima lezione d’inglese a sei anni, vengo elogiata dall’insegnante per la capacità di parlarlo con un accento sorprendentemente non italiano o sardo, e per la velocità di apprendimento delle parole e della sintassi, così diverse da quelle della lingua che ho parlato per prima, l’italiano. Ma, sempre per la mia forte credenza nella reincarnazione, so che la mia capacità di parlare bene l’inglese può essere un retaggio di una vita passata, magari l’ultima, in cui ho probabilmente vissuto in un paese dove si parlava quella lingua. In particolare mi hanno sempre detto che ho un accento ‘americano’ innato, e in effetti, ho parenti e amici lì, mi ci sono sempre trovata bene, come a casa. Può essere che io ci sia nata in passato. Oltre a questi ricordi, c’è quello di me che soddisfatta, dopo le prime parole di lingua inglese, rientro a casa da scuola dicendo a me stessa, mentalmente, ‘che bello, ora potrò parlare con tutto il mondo!’.665175_steps

E così è stato. Ho conosciuto persone da tutto il mondo, come tutti, o quasi, e con ognuna di queste ho potuto parlare, entrare nel vivo di quella che è la splendida diversità che ci accomuna quando scendiamo sulla terra a vivere la nostra esperienza umana.

Ho lasciato l’isola per qualche anno più volte, l’ultima delle quali sono andata a vivere in una città che probabilmente mi cercava. Firenze, città egocentrica, simpatica, a tratti chiusa, un po’ troppo legata al suo rinascimento ormai lontano, ma vitale. L’arte e gli affari vi si mischiano in un crescendo talvolta asfissiante, sporco. Le vie del centro sempre gremite, pullulanti di odori lontani dalla cultura che li ospita e con la quale talvolta si fonde. Questo piccolo mondo che accoglie, più o meno forzatamente, un mondo più grande che a tratti si integra e a tratti meno, ma nel quale confluisce, alla fine, nello stesso fiume, l’Arno.

A Firenze ho lavorato quasi continuamente, il mio stato di disoccupata che in Sardegna diventa immancabilmente cronico, è sempre stato occupato in varie mansioni. E la mia personalità sfaccettata ha avuto l’opportunità di esprimersi, anche nel rammarico dei giorni uggiosi e faticosi che in qualche modo tediano il nostro animo un po’ ovunque.

A un certo punto però, qualcosa è cambiata. Il mio amore per l’arte si è perso nelle strade piccole ma trafficate, la vita assidua, ma anche monotona, i giorni liberi che non riuscivano a rincorrersi più di tanto, rimbombando in un tran tran in cui non sono mai riuscita a identificarmi.

Tra l’altro, avevo conosciuto lì il mio ragazzo (è bellissimo chiamarsi sempre così, annientando i letali cliché della burocrazia coniugale, della quale faccio e farò a meno sempre), precisamente nella panoramica e rinomata collina di Fiesole, dove entrambi lavoravamo in un albergo ottocentesco affollato di matti, affreschi e restauratori.

E con lui, quando qualcosa stava iniziando a cambiare, abbiamo preso la decisione di venire in Sardegna. Per me un ritorno, per lui una scoperta. La terra è generosa, non lascia a piedi nessuno.

Un ritorno, sebbene sia il quarto anno di assenza dal mondo del lavoro, di cui non mi pento, un ritorno che ha un senso come ogni cosa che decidiamo di fare.

Per un periodo mi sono fiondata a capofitto nella riscoperta di questa terra, come se l’avessi vista per la prima volta. Mi era mancata, perché, sebbene antica, è una terra fresca e agra, una sorsata di vita dopo lo smog delle città (piccole o grandi che siano).

Mi sono avvicinata al mondo degli indipendentisti, ho avuto modo di parlarci e conoscerli umanamente. Per un po’ mi sono sentita parte di quel mondo, sempre a modo mio, credo in maniera completamente diversa dal modo in cui loro (o meglio alcuni di loro, ché non conosco il sentire di tutti!) percepiscono quest’idea di indipendenza.

Nel mio modo di vedere le cose, essere sarda non è mai stato diverso dall’essere di qualsiasi altro luogo. Non sento mancanze che in qualche modo le persone che abitano altri luoghi non sentano, con le loro peculiarità. Non sento inoltre, per quanto possa sembrare strano in un primo momento, alcuna specificità nel mio modo di essere di un luogo, perché ‘essere’ è un concetto (lo sto limitando mentre provo a descriverlo) che non ha niente a che vedere con lo stare, il fare, il possedere. ‘Essere’ non è identità con un luogo, una lingua, una matrice esterna e variabile. ‘Essere’ è una costante che non ha confini e non può essere definita da niente di ciò che sia esterno all”essere’ stesso.

Per questa ragione, quando meditavo sul concetto d’indipendenza, nella mia mente (probabilmente indaco) prendeva forma l’immagine del Mondo intero. Nella mia visione, questa terra, coi suoi odori e sapori autoctoni, non doveva restare chiusa, ma liberarsi, aprirsi a quella che è la realtà di un mondo senza confini. Il fatto che il mare la ‘separi’ da altre terre, è sempre stato per me il collante che maggiormente la poteva trascinare su queste stesse terre vicine e amiche, proprio perché nessun uomo ha potuto mai mettere un reale confine nel mare. Mentre lo ha fatto nei territori vasti di terra ferma. 1136911_feet

Riflettevo, e tutt’ora lo faccio, per sembianze. Non costituzioni, vecchie battaglie, confini invalicabili, fortezze e barriere. Immagini libere di andare oltre il vissuto, il passato ormai morto e sepolto, la storia narrata, quella idealizzata, e quella dissimulata che nessuno conoscerà mai, se non dentro se stesso. E’ probabile che, sempre per la teoria della reincarnazione, molte persone che vivono qui ora, abbiano in passato combattuto battaglie per difendere il loro territorio, o magari erano gli stessi conquistatori che ora sono tornati per difendere e ‘liberare’ il territorio conquistato in precedenza. Ci sono miliardi di storie dietro ogni comportamento umano. E tutte vanno ascoltate. Anche quelle di coloro che vivono questa e altre terre senza un legame pomposo e a volte inibito, invece che libero, anche di non essere un legame resistente e imprescindibile.

Per riprendere l’incipit dal quale sono partita, tra le frasi che ho letto, una mi è rimasta impressa per la sua totale inconsapevolezza ”…popolo di peddizzoni esterofili’. ‘Peddizzone’ credo si possa tradurre come miserabile, o qualcosa del genere. Esterofilo è sinonimo di xenofilo, ovvero di chi ha ammirazione per lo straniero. E che male c’è? Siamo tutti stranieri in terre straniere, se non ci ammirassimo in qualche modo, odieremmo l’intero genere umano! (Cosa che purtroppo succede spesso). In questa frase è racchiusa tutta la realtà del mondo, con le sue incongruenze, la sua incapacità a trovarsi, capirsi, vedersi per quello che si è, esseri umani, anzi spirituali in veste umana sulla terra, che s’incontrano. In ogni luogo.

La persona che ha scritto questa frase voleva essere sprezzante di chi, abitante di questa terra, accoglie credenze che ‘non le appartengono’ (sempre secondo coloro che in maniera dogmatica pongono dei limiti a ognuno degli esseri che abitano questo e altri luoghi), denigrando altri esseri che come lui e altri, hanno il diritto di scegliere qualsiasi cosa ritengano essere giusta. E nessuno può davvero dire quale sia la cosa giusta. Neanche chi pensa, ‘dal basso’ del suo ‘essere complessato’, di essere dispensatore arrogante di verità assolute. Perché arrogante è spesso proprio colui che si sente in difetto rispetto ad altri. Per motivi che praticamente sempre, trascendono ‘gli ideali’ che cerca d’imporre.

Per queste ragioni, sospinta dall’atavica necessità di Libertà – nelle mie vite passate sono stata talvolta privata della libertà, sono stata anche schiava, e  il mio compito oggi è quello di rompere le catene e incitare alla fuga dalle prigioni (anche mentali!), oltre che quello d’interessarmi del mondo a trecentosessanta gradi, in una visione globale, quasi mistica – ho scorto in ‘questa idea di indipendenza’ l’ombra di una gabbia inconscia, perché chiusa in se stessa. Una sorta di matrioska.matrioska In pratica, senza neanche troppa filosofia, l’esatto opposto di quello che significa Indipendenza (pure e soprattutto, dalle proprie idee, dal proprio ego, dalla propria e presunta capacità di non so cosa). Eccolo il senso stravolto, dentro ogni bambola della matrioska in cui è racchiusa un’altra bambola che ne racchiude un’altra ancora e così via, fino alla più piccola e fine a se stessa, quella che non contiene niente, rimanendo circoscritta all’interno di un involucro progressivo che paradossalmente non progredisce, al contrario, regredisce fino alla sua stessa origine e lì rimane, senza alcun genere di trasformazione.

Quello che penso è che i sardi e le sarde (in generale, mi riferisco ai tanti che lo fanno), invece di parlare di se stessi nel mondo, in una proiezione ideologica di riscatto (da non so cosa, perché personalmente io non vivo così il mio essere nata qui per le ragioni che ho già spiegato), dovrebbero cominciare ad aprirsi al Mondo. Il che non significa affatto semplicemente viaggiare fisicamente o emigrare, non è questo il punto (visto il numero di sardi/e che viaggia ed emigra). Dovrebbero farlo interiormente, nell’anima che è brocca d’infinite memorie, nel ricordo di un unico Mondo che ci ospita tutti, ovunque e in qualunque tempo.

Parole interrotte – le foglie secche dell’albero della vita -.

Decidere di compiere un percorso consapevole, significa anche andare incontro a una serie di trasformazioni continue, evoluzioni che cambiano la percezione del tempo solo da un giorno all’altro. Una settimana diventa così un lasso di tempo lunghissimo, composto di infiniti cicli. L’universo interiore è davvero sconfinato, e quando si decide d’intraprendere il viaggio all’interno di sé, ci si rende conto di quanto stretto e monotono sia il mondo esterno, quello circoscritto nei confini dell’ego. Dove le parole viaggiano a velocità talmente limitata, da non lasciare spazio alle possibilità che esistono dietro, sotto o sopra, o ancora, dentro, quelle stesse parole.1286690_

I dialoghi sono fermi, secchi, tuttavia equivocabili. A volte soddisfano, altre lasciano all’interno del nostro animo, quella strana e spiacevole sensazione d’incompiuto. Irrisolto. Parole dette a metà, vuoi per auto-censura, per incapacità a esprimere il proprio sentire oppure per la caparbietà dell’interlocutore/trice a non voler ascoltare quelle parole. E allora rimangono lì. Nel non spiegato, non compreso, non risolto. Perché se è vero che sono un veicolo espressivo apparentemente diretto, è anche vero che questo le rende al tempo stesso inespressive, perché continue, mai dosate, con le pause ammesse solo per prendere fiato, e non per definire l’intento iniziale del discorso, al contrario, per perdersi, nei toni alti e bassi, con lo sguardo teso al pavimento, o al cielo, dove la comunicazione si annulla e non ci si rende neanche conto di aver avuto una sorta di dialogo, un non so cosa con qualcuno, perché quel dialogo era morto in partenza, non c’era, era sordo, muto e cieco, talvolta.

E questo accade tutti i giorni, dal vivo, o per iscritto, ma accade. E accade anche di essere solo spettatrice, nel mio caso, di lunghe e interminabili disquisizioni sul niente, mascherate da filantropiche intenzioni, che spesso diventano monologhi, quasi sempre, illibati e orgogliosi suoni rimbombanti del proprio ego. Io qui, io lì, tu niente, tu non esisti, non vali un tubo. Tu, voi, il resto del mondo è solo il mio piedistallo, quello che uso per lisciarmi la coda, tirarmela un po’, per sentirmi ancora un po’ più ”ego” di prima. Ché ci si da pure le arie a essere egocentrici, ormai. Gente fiera del proprio ego, come se fosse, non so, come se fosse chi? Perché ego non risponde alla domanda ‘chi sei’.

Chi sei non risponde a nessuna domanda, forse. Perché non è un’acquisizione, ma una verità. La verità. Chi sei non è qui, non fa niente, e non ha bisogno di mettersi in mostra. ‘Chi sei’ è.

E questo vale per tutti. Anche coloro che si convincono di essere ‘migliori’ perché si arrabattano dalla mattina alla sera, dicendo di fare questo e quello, cercando di farsi notare pure quando ‘l’intenzione’ era quella di non volere notorietà. Vale inoltre per chi ti dice che un figlio farà quello che tu gli insegnerai, e quindi capisci che il figlio o la figlia sono stati messi al mondo per perpetuare l’ego insaziabile, e spesso frustrato, dei genitori. Sbagliato. Vi dico. Perché se vogliamo giocare all’ego, allora sappiate che anche i vostri figli diventeranno esseri egoici, e con i vostri rispettivi ego non riuscirete più a capirvi, creando ulteriori conflitti. Non solo, vi chiederete il perché di tali conflitti, non capirete! Semplice, perché quei figli/e, in cui tanto vi siete specchiati, nei quali avete proiettato i vostri desideri, sono spesso l’esatto contrario di voi. Non sono voi. E non sono vostri. Come cita la splendida poesia di Kalil Gibran:

”I vostri figli non sono i vostri figli.
Sono i figli e le figlie della vita stessa.
Essi non vengono da voi, ma attraverso di voi,
e non vi appartengono benché viviate insieme.
Potete amarli, ma non costringerli ai vostri pensieri,
poiché essi hanno i loro pensieri”redtree

Ecco perché bisogna lasciare che ognuno si esprima realmente. Senza voler continuare a lottare a chi è ‘il migliore o la migliore’, di non so che e non so dove, ecco perché è necessario che ognuno possa creare dentro di sé il proprio spazio. Che poi non c’è niente da creare, perché quell’estensione infinita è lì, in ogni momento, basta solo fermarsi e ascoltare.

Sentirete il silenzio.

Quel silenzio che serve a ritrovare, ritrovarci, ad ascoltare la strada che abbiamo intrapreso tempo fa, senza perderci nel conflitto, che è materia dell’ego per eccellenza, e lasciando che la nostra anima scavi a fondo per trovare le radici del proprio albero.

L’albero della Vita.

Dove le parole si afflosciano, foglie stinte dalle stagioni, per rinnovarsi in verdi – o di qualunque altro colore si voglia – intrecci, in cui la trama non tende più a seccarsi, ma si nutre, invece, di nuova e diversa vita.

Ovvero, cresce.

Un ciclo quasi perfetto

Oggi la giornata si è svegliata aperta, serena e riposata. Niente sbornia o serata particolare, il 2012 è finito con un forte mal di stomaco, preludio al mio ciclo anticipato e scambiato per una gastrite. Oggi, esattamente come un anno fa (un ritardo dell’anno scorso e un anticipo di quest’anno hanno coinciso nel primo giorno dello stesso), il mio corpo si tinge di rosso per cominciare un nuovo ciclo. Principio e conclusione, conclusione e principio. Semplice, circolare, direi quasi perfetto. cover

Non sono una tipa che fa i bilanci dell’anno trascorso o enuncia buoni propositi per quello che viene. Preferisco vivere. Così come accade, la vita, o meglio così, per come la vedo io, come noi abbiamo deciso che accada. Nel bene, e nel male. O senza l’uno né l’altro. Senza paranoie, rimpianti, o rivendicazioni di alcun tipo. Nessuna maledizione verso coloro con cui ho avuto screzi, nessun augurio speciale per gli altri, se non quello – e questo vale per tutti – di vivere la propria vita ora, al di là di un passato o un futuro a cui appigliarsi. Privi di aspettative.

Essere libere/i, mai vincolati. Da noi stessi, intendo.

Essere spontanei, fare capriole, disegnare, sì, disegnare. Alla fine del 2012 ho ripreso a disegnare. Lo facevo da bambina, e ho ripreso in mano quelle matite che non sono prerogativa di chi dipinge per mestiere o ha un talento particolare. Ma un mezzo espressivo, come tanti altri, per accendere luci che spesso rimangono spente, in attesa di pensieri ottusi. A chiuderci. A riempirci di cacca. Per farci tappare il naso e correre verso la porta più vicina, per aprirla e respirare aria, quando l’aria è ovunque, viene da dentro. Respirare i propri colori, i chiaroscuri, respirare, sempre.

Ho disegnato i mandala, per due settimane di fila ripetutamente, colorati e cangianti, delineati a mano libera, la mano che vaga sospinta da un’energia soffice, calda. La mano che scorge il centro, che ritrova il punto da cui è partita, lo ripercorre, lo sfiora, si scosta, riaccosta. E colora, colora, colora. Non è nemmeno vagamente lontana dalla realtà, quella mano, conosce la realtà, lei è realtà.

Il corpo, il respiro, stirarsi, sgranchire i muscoli, sentire la tensione, scioglierla, camminare. Andare nei boschi, abbracciare gli alberi, sentire che la vita è lì.

E poi, la concretezza dell’acqua, che non è solida, ma fluida e scorre ovunque. Nelle cascate, nei laghi, nel mare che ti accoglie durante il periodo caldo.

Le ombre, degli alberi, dei tetti, delle rocce, lisce o frastagliate, appuntite, lunghe, corte. Sono belle, le ombre, e non fanno paura, perché da sole non esistono. Sono sempre circondate da luce, infinita.

La fonte, tornare alla propria fonte e attingere da lì, continuamente. Rigenerare la vita che scorre in noi come linfa, lavare via le ossessioni, non importa quanto nobili, emotivamente attraenti, siano. Cercare il proprio ‘centro di gravità permanente’, per essere fluenti come l’acqua, senza legami, eppure connessi, con l’intero cosmo.

Questi non sono propositi, o indicazioni, sono solo parole che attingo dalla fonte, quella in cui mi immergo ogni giorno per cominciare, perennemente, un nuovo ciclo.

Nel tempo senza tempo

Quando ho aperto questo blog, un anno fa, ho sentito il bisogno di esprimermi liberamente. Senza pensare precisamente al contenuto di quello che avrei scritto, senza mettermi i paletti, senza dargli un genere, senza. ”Senza” racchiude perfettamente l’essenza di quello che ho inteso dire, comunicare, essere. Talvolta ho intuito la necessità di parlare di argomenti che sentivo importanti, in cui avevo speso energie durante la mia esistenza, dove mi rispecchiavo. E tuttora ho delle idee e pensieri per i quali mi espongo e mi esporrò ancora. Consapevole di questo.1398156_water_and_rainbows Tuttavia, mano a mano che questo anno roteava, percorreva il suo ciclo, il mio sentire e il mio scrivere hanno cominciato a trasmutare, e mi sono percepita sempre più al di là delle mie stesse parole/pensieri, più in fondo, o forse al di sopra, non so. Mi sono, per così dire, distaccata. Dai significati che tentavano d’inghiottirle, dalle idee, dal mio viverle, aderirvi fino a farmi assorbire dai loro toni. Mi stavo identificando con qualsiasi cosa decidessi fosse, secondo me, giusta e degna di riguardo, scopo. Quello che del resto fanno tutti, no? Ci assimiliamo alle storie che abbiamo vissuto, creduto, persino negato. In qualche modo dobbiamo farci sentire, inventandoci, e spesso, quasi sempre, mai ascoltandoci.

Quest’anno ha avuto delle premesse importanti. Un anno di cambiamento, un anno da fenice. Un salto quantico, uno slittamento. Un anno in cui molti hanno avuto l’impressione di dover fare qualcosa di diverso. O di doversi lasciare andare, o di non fare più niente, meditare, lasciarsi morire, aprire gli occhi, o ancora tenerli chiusi e perseverare nelle proprie convinzioni – ché altrimenti si ha paura di perdersi, magari ritrovandosi – essere o non essere (diceva Amleto). Essere, appunto. C’è chi ha sentito l’esigenza di essere, dell’essere senza contorno, senza addobbo, senza il fare che definisce, racchiude e soffoca l’essere che è in noi, nella maggior parte dei casi. Senza l’ego a voler controllare ogni cosa, ottenerla, a ogni costo e con ogni sforzo, senza nemmeno sapere più cosa sia questa cosa che vuole, in una continua competizione con se stesso e l’altro che percepisce ostile, lontano, rimosso, scisso.1396867_spheres_abstract

Dimenticarsi, sì, dimenticarsi di ogni passato e futuro. Ho parlato di futuro in questo blog, un futuro che sento sulla pelle. Ma a ben guardare, l’unico futuro che vedo è qui, ora. Ho appreso che tutto quello che tocco si sbroglia nel momento che sto vivendo, e che è sempre stato così. Non c’è mai stato un passato da cui allontanarsi, e un futuro verso cui tendere, perché ogni passato e ogni futuro fanno parte del pensiero, sono proiezioni, costruzioni dell’ego. Sono voci, le voci nella mente che sussurrano o fanno baccano, che non vogliamo smettere di sentire, che ci caricano, abbattono, ci danno il termine verso cui mirare la nostra vita.

No, non andrò avanti dentro questo marchingegno. Non ne farò parte, perché la voce di cui ho parlato quando un anno fa ho aperto questo blog, non è espressione dell’ego. Non è a lui e ai suoi tranelli che mi legherò ancora, no. La voce è profonda, viene dal nulla e dal tutto. Non è mia, ché è un’espressione di possesso, di ego, anche questa. E’ e basta. Perché non si affanna in autoaffermazioni, autogratificazioni, non cerca la sicurezza in quell’ego malato che è solo capace di  desiderare.

E’ un ascolto, un lasciarsi andare, perdersi, per essere Vita. Come nelle parole di Eckhart Tolle, ”life is the dancer and you are the dance” (la vita è la danzatrice e tu sei la danza).

Senza bramarla.
Nel tempo senza tempo.

Nella fiera della vanità, ovvero, il mondo recluso dell’io.

Da qualche giorno mi ronza per la testa la frase di uno scrittore, filosofo, maestro spirituale, tale Eckhart Tolle, di cui ho appena ordinato un libro intitolato ‘un nuovo mondo’ (A New Earth) e il quale in uno dei suoi pensieri ha riassunto una verità che da sempre spinge per parlarmi e che dice ”life isn’t so serious as the mind makes it out to be”. Ossia, la vita non è così seria così come la mente vuole farci credere.

Quando l’ho letta, l’ho sentita mia, l’ho ascoltata come si ascoltano i propri pensieri quando girano e rigirano e tornano sempre lì, al punto di partenza. Al punto in cui ci si chiede ‘come mai penso a questo? Sarà da qui che devo ripartire? Da questo pensiero, apparentemente semplice e infinitamente profondo’?
Sì, credo di sì.
Da giorni, ormai mesi, quasi anni, leggo la vita e cerco di tradurla in spiritualità. Il fatto che ora ogni cosa transiti su internet, poi, mi dà la possibilità di soffermarmi a guardare quali siano i meccanismi che le persone mettono in atto, più o meno tutte, più o meno in ogni circostanza della vita. E’ come un gioco, in realtà lo è. Anche nelle sue sfumature più tragiche, la vita altro non è che un gioco. Dove ognuno assume il proprio ruolo, lo definisce nel tempo, se ne appropria fino alla morte. E’ l”io’, l’attore che mette in scena le tragicommedie che fanno della vita un vero e proprio teatro dell’esistenza, dove però questa diviene misera e circoscritta alla sfera del tangibile, in cui ogni cosa, ivi inclusi i sentimenti, mutano in merce di scambio, barattati in ogni modo, compravendite ad alto o basso profilo, a seconda delle tasche.
Questo commercio grottesco dell’entità spirituale in forma umana, che smette di essere tale per rendersi vuoto esistenziale, il nulla per eccellenza, amalgama i pensieri in un frullato che distrugge il ‘sé’, lo annienta, alienando ogni essere dall’altro, imprigionandolo in se stesso, all’interno di un ‘io’ macerato, pesante, sordido.
In questa fiera, dove smistarsi in tanti piccoli esseri egoici è la base da cui prende il via la gara d’appalto principale, quella per la propria affermazione, ‘vincono’ coloro che abbattono il valore dell’esistenza, sminuendo e infine annichilendo la possibilità di essere e aumentando quella dell’avere, del possesso fine a se stesso. Sia esso di persone o cose, non cambia nulla, perché l’idea del proprio ‘successo’ è quella che conta. Una continua campagna elettorale del proprio ego, il concetto che esista un podio su cui salire, da cui poter gridare agli altri ‘io ce l’ho fatta!’. A fare cosa, non si sa, ma tant’è. All’ego non interessa approfondire troppo, anzi. Nuota in mari con basso fondale, sempre attento a non affondare, non sia mai che vi anneghi. Allora sì, sarebbe costretto a fare i conti con sé, il sé che costantemente viene ingabbiato dentro questo io egoista, protagonista, desideroso di potere, rivalsa. Questo io che scambia l’amore per le persone con il possesso, la gelosia, l’invidia. Questo io depresso, cronico, infondato.
In un simile scorrere di vita, il cui peso serioso è dato appunto dalla maschera che l’io le impone, di fatto impedendo all’anima di essere presente, nascosta e soffocata dal gioco delle parti, mi sono fatta l’idea qui descritta. Che è certamente assimilabile alla frase con cui ho aperto questo post. E che va oltre questo rozzo spettacolo il quale ogni giorno si delinea, con attori consumati e tristi. Né vincitori, né vinti, né ricchi, né poveri, né buoni, né cattivi. Solo avidi consumatori dei propri vuoti esistenziali, e troppo spesso, bramosi anche di quelli altrui.

« Non potevo più vivere con me stesso. E in questo sorse una domanda: chi è questo io che non può vivere con sé? Cos’è il sé? Mi sentii attirato dentro il vuoto. Non sapevo allora che ciò che stava accadendo era che la mente, con la sua pesantezza, i suoi problemi, che vive tra un passato insoddisfacente e un futuro pieno di paure, era crollata. Si era dissolta. Il giorno dopo mi svegliai e regnava una grande pace. C’era pace, perché non c’era un io. Solo un senso di presenza o di essere, solo un osservare e guardare. » (Eckhart Tolle)