Di colori e dolori dischiusi e diluiti.

Non scrivo su questo blog da ere. Perché il tempo comunemente riconosciuto in questa dimensione, non è il tempo reale, no. Perché il tempo non è affatto, a dire il vero. Cosa sono quasi due mesi? E chi lo sa? Posso solo ricordare gli eventi che ho vissuto da due mesi a questa parte, il colore delle emozioni e dei pensieri che ho dipinto su tele e tele di vita consumata.

E proprio questi colori che mi abbagliano a tutte le ore del giorno e della notte, accompagnano il post che in questo momento ho deciso di scrivere. Poiché di circostanze ne ho vissuto tante, alcune davvero belle, altre un po’ meno, ma la vita ancora la viviamo così, trasportati dagli alti e bassi della marea karmica, alla ricerca, a volte, di una svolta che ponga fine a questo groviglio infinito di rapporti che vanno e vengono, picchi di felicità e dolore, amore e odio. Ma per quanto mi riguarda, l’odio non è che un fastidio, non lo contemplo in quanto risentimento, piuttosto come una ferita. Che spesso eccede in attacchi di panico incontrollabili, follie frammentate in giornate anche belle che imprevedibilmente si destano in scorci notturni inquietanti, impenetrabili.

Ho letto tantissimo su questi attacchi, ma più che altro, ho ascoltato la voce dentro di me. So che niente di ciò che accade è casuale, un cambiamento energetico forte è in atto da qualche anno, e io faccio parte di quel gruppo di anime che ne risente in maniera particolare, turbata da inattese scariche energetiche.

Questo mi accade spesso, ma le persone con le quali riesco a parlarne meglio, forse le più consapevoli, mi dicono che spariranno e che è un momento attraverso il quale tanti sono dovuti passare. Eppure ora, in questi giorni di tristezza palpabile, quando le lacrime hanno asciugato gli occhi e mi sveglio all’improvviso durante la notte col cuore in gola, sento il bisogno di lasciar parlare questo cuore che batte all’impazzata.IMG_8878

Ed è qui, sopra questo cuore, che mi ricollego al motivo scatenante di questo post. Un amico caro, un fratello, perché tale lo ritenevo, è andato via qualche giorno fa, è tornato a casa. A casa, nell’Universo, lo Spazio Infinito di cui facciamo parte tutti, pure quelli che non lo ricordano. E poco importa se c’è chi crede o meno a questa faccenda, non è questo il punto. Il punto è che su questa dimensione tridimensionale e densa siamo tutti alquanto spaventati e lontani gli uni dagli altri. E prima ancora lo siamo da noi stessi, tanto è che quando pensiamo di lasciare -noi e gli altri- questa Terra per andare su altre lande qui invisibili ai più, abbiamo (mi ci metto anch’io, ché con tutta la consapevolezza che ho riguardo al dopo morte, provo sempre un gran dolore quando questa accade) la sensazione terrificante che ogni cosa si concluda per sempre e che le perdite dei cari siano definitive.

Non è così, e non è retorica la mia. La sofferenza che sto provando è reale quanto quella di chi non crede in nulla o lo fa attraverso il dogma di una religione. Le lacrime, ma prima ancora la sensazione di un fulmineo sbandamento accompagnato da un senso di nausea e vertigine, hanno scosso il mio corpo terreno esattamente com’è accaduto a chi non ha questa certezza che un dopo ci sia (così come un prima), ma non nel senso religioso del termine. La religione è solo un’istituzione terrena come un’altra.

Soffro, perché un amico d’infanzia, il fratello d’anima di mio fratello, è andato via. L’amico di sempre, la persona che poteva piombare a qualsiasi ora a casa tua e dipingerti un quadretto colorato con la dedica e l’anno, quello in cui ha deciso di andare via, quasi a voler sottolineare che sì, ci conosciamo da una vita (e chissà da quante altre, aggiungo io) e magari non ci sarebbe neanche bisogno di dirtelo, ma sappi che ti voglio bene, non scordarlo mai.

E non lo scorderò mai, come non ho dimenticato quei ricordi che mano a mano, giorno dopo giorno, riaffiorano nel mio cuore innaffiati dall’affetto impresso nei colori di quella tela piccola nelle sue dimensioni terrene, ma straordinariamente familiare e smisurata. Ogniqualvolta, e ci ho badato solo ora, passavo di fronte e la guardavo, mentre facevo altro, prima di uscire, o così ‘per caso’ direbbe qualcuno che al caso ci crede, mi soffermavo su un pensiero sempre uguale, una memoria atavica, ‘questo posto lo conosco, mi desta ricordi che non so da dove provengano, ma lo intuisco, credo sia un paesaggio in cui ho vissuto, una di quelle terre oltre questa stretta dimensione in cui mi trovo ora’. IMG_8768

Elias, questo il suo nome nella presente esistenza, ha dipinto il Paradiso e lo ha poggiato sopra il tavolo dicendo di stare attenti a non toccarlo per un po’, perché i colori erano ancora freschi. Allora l’ho messo in un punto dove non l’avremmo (io e il mio compagno) toccato fino alla sua asciugatura. E lì è rimasto fino a qualche giorno fa, in attesa ‘di una bella cornice da comprare per appenderlo’. Ogni tanto lo prendevo, m’immergevo in quell’Eden di colori che tanto mi riportavano alla memoria tale Realtà meravigliosa.

Ora non sono più sicura di volere una cornice, preferisco che l’immagine senza fine si perda tra le mura di casa, magari suscitando altri colori intorno. Sono certa che lui saprà consigliarmi adeguatamente, da artista originale quale era. Che, come tutte le anime estrose e colorate, nelle tele imprimeva se stesso.

Grazie Eli.

Per sempre.

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