Pensiero in caduta libera

In questo periodo di elezioni sarde, mi sono fatta la mia idea, a dire il vero da un bel po’ prima. Ma ora quest’idea si delinea meglio, è visibile, o forse invisibile. Nel senso che un’idea trasmuta, nel tempo e nella forma, per cui a volte sparisce del tutto.

La mia idea non è concreta, o possibile, come le tante che girano per strada, o sul web, a tappezzare di santini e santoni i muri virtuali e non. E’ un raggio di luce, un graffio di pioggia, un tuono. Una marea in piena, una luna, nuova o piena anch’essa, è natura, vita. Parte da presupposti che non hanno un tubo a che fare con le statistiche, i movimenti, i partiti. Non puoi fare sondaggi su una singola idea, vibra di luce propria, si estingue e risorge da sola. Senza i cliché della maggioranza.

Leggo parecchio, delle idee altrui, dei gruppi di riferimento altrui. E ora che le elezioni si avvicinano e le persone fremono tutte, in attesa del risultato, leggo tutta la finzione e pochezza di questi avvenimenti.

Ci sono individui che stimo dal punto di vista umano. Altri un po’ meno, cerco di non giudicare i loro percorsi, ché ognuno ha il proprio, ma non posso sinceramente parlare di stima o di qualcosa che nemmeno a questa si avvicini. Li guardo e rimango così, perplessa.

Guardo questa competizione (parola che mi fa schifo nel suo senso reale, che è uno e quello rimane) elettorale con occhi stanchi, annoiati. Il ripetersi delle parole ormai scevre di qualsiasi significato, rigonfie, parole che auspicano una narrazione, che tale rimane, vuota, inconsistente.

Narrazione che non conosce le parole, evidentemente. Che si nutre di esasperazione, convinzione assoluta della propria perfezione e capacità, laddove non ce n’è. E non ce n’è per nessuno, sia ben chiaro. Ché a nutrire se stessi di perfezione si perde il valore di qualsiasi realtà, anche quella immaginaria, che perfetta non lo è mai.

Per chi scrive, infatti, la prima regola dovrebbe essere proprio questa. La realtà. E non una realtà assoluta, che non esiste, ma quella da cui si proviene, con la quale si fanno i conti (dato che nessuno smette mai di farli, alla fine, nessuno che continui a lavorare sulla propria evoluzione può permettersi un tale lusso). Ma anche una realtà da riscrivere completamente, che non è esente dal passato, il proprio passato, ma ne è pregna e lucidamente lo trasforma, divenendo il presente.

E il presente non è possibile o impossibile, semplicemente è. Non ci si proietta in un futuro senza essere presenti. Per esempio, persone del calibro (umano) di Riane Eisler, hanno fondato la loro visione futuristica del mondo su basi solide, prima di tutto intime, poi di studio, e di realtà a tutti i livelli, andando a ritroso nel tempo fino agli albori della storia, per trovare il nocciolo della questione. Un nocciolo che racchiude tutte le incongruenze di questa società, a partire dalla differenza sostanziale del ruolo della donna e dell’uomo in questo mondo.1503831_10202016308002672_723597145_n

Calpestando la terra che ripercorre il ciclo storico che ci ha portato qui ora e oggi, si ha la sensazione di poter camminare oltre, verso un futuro che sarà il presente di domani. Senza narrazioni pericolose, diciamo pure bugie, ma realtà che si concretizzano nel presente.

E le sue idee per un futuro gilanico, confluiscono nell’unione indissolubile tra passato e presente, per determinarlo in maniera consapevole, non raffazzonato per l’occasione, non descritto a propria immagine e somiglianza, come dio o dea in terra, che detta il proprio verbo fingendo di condividere una realtà che non esiste.

La narrazione prende spunto da percorsi reali, dalla vita stessa. Non plagia la realtà spacciandola per possibilità di rappresentazione. Inoltre, sempre, la narrazione è trasformazione in primis della propria verità. Non si può applicare a un gruppo di verità, o estendere a una terra intera fatta di molteplici verità. A chi si auto definisce narratore, o meglio, bravo a inventare storie, rispondo che le storie non s’inventano, si vivono, prima di tutto. Prima di poter arrivare così in profondità da poterle esprimere e condividere, e in questo modo da renderle empaticamente universali. Altrimenti l’infondatezza della realtà delle parole (che traspare in ogni verso o slogan) diventa il fattore determinante della narrazione stessa.

Ed è qui che casca l’asino, o asina.

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