Ricordi sopra una panchina

Oggi un’amica mi ha chiesto cosa pensavo di un libro che mi ha prestato. Le ho detto che mi è piaciuto molto, ma ho tenuto le parole più intime dentro di me, perché ogni volta che mi si chiede cosa penso di un libro, di un film, di un quadro, o altro, mi si apre un mondo. O forse si chiude. Come un cerchio che compie il suo percorso, per ricominciare.

Io stessa scrivo, lo faccio da tempo. Mi piace usare le parole, come anche qui. Percorro circonferenze emotive, mi spoglio dei preconcetti, togliendo a me stessa ogni possibilità (o quasi) di travisarmi.ImageProxy

Ho una mia idea di quello che scrivere o disegnare o immortalare, significhi.

E’ un’operazione trascendentale, come la meditazione. Non si può scrivere semplicemente inventando, secondo me, le parole sono visioni, di qualsiasi epoca o trascorso, ma questo sono. E come tali, non possono essere trascritte noiosamente, attraverso i tempi morti dell’inganno. Quando chi scrive lo fa, entra in uno stato di trance e racconta quello che non è visibile, la verità.

Questa è la costante della narrazione, l’attendibilità di chi scrive.

Quando andai a Firenze, anni fa, frequentai dei corsi di scrittura creativa. Un’esperienza di cui ho parlato spesso e che ritengo essere stata una grande lezione di vita e di anima, per me. La mia insegnante era una di quelle persone profonde e sfacciate allo stesso tempo, che non avevano timore di dire la verità. Le sue storie, di racconti brevi e lunghi, ti lasciavano la pelle appuntita, irta di sensazioni, voci. Le sue visioni, nitide e intime, non davano spazio all’immaginazione, erano lì, pesanti fardelli di vita vissuta. Cocci di esistenza colorata di senso proprio, che non andavano a cercare altrove per disegnare un personaggio e inserirlo in una storia. Bastava ricordare.

Il ricordo, più o meno consapevole, è il perno attorno a cui ruota il significato della narrazione.

E non importa sotto che forma esso riaffiori, sempre di memoria si tratta. E non potrebbe essere altrimenti, dato che altro non siamo se non testimonianza di vita racchiusa in un’unica anima che scinde i ricordi per dilatarli in un tempo che in realtà non esiste.

Ma per tornare alla mia amica che mi chiedeva del libro prestato, mi piace ricordare che l’ho voluto leggere al parco, perlomeno la parte centrale, prendendo la mia anima e portandola in un luogo lontano dai soliti. Non troppo, ma il tanto giusto per leggerlo leggera. Nel tepore di una giornata autunnale ancora estiva, in ritardo coi tempi. E lì l’ho lasciato, non fisicamente, ma col ricordo. Sebbene l’abbia iniziato e concluso in camera da letto.

Quel libro ha per me il sapore della panchina su cui ero sdraiata e dove le riflessioni accoglienti della scrittrice si frammentavano nelle parti dei personaggi. Veri o presunti, questi ultimi parlavano la lingua dell’anima dell’autrice, di cui percepivo le oscillazioni forti, confessioni snodate in una narrazione appesa al filo che scorre sottile tra il qui e l’aldilà.

Apre dei varchi, questo è quello che fa chi scrive con l’anima.

Nel transito di quel racconto, scorgi la verità. Che è sempre palese quando il linguaggio non ha pudore. Quando scivola lascivo dentro il cuore e puoi sentirne bene il battito delle parole. Ti riconosci, cominci a ricordare il tintinnio dei suoni che fanno parte delle anime asciutte, non prolisse, plagiate.

Come diceva durante i corsi la mia insegnante, che non parlava per compiacere, la verità non può prescindere dalla nostra narrazione.

Poco fa ho letto il racconto di un’altra scrittrice e non ho percepito niente. Una storia anonima, senza personaggi, senza memoria. Una storia (forse) ascoltata, non vissuta. Nella quale ho intuito il tentativo malriuscito di voler ‘creare empatia’. Una sorta di propaganda. Ma non si può manipolare chi legge, mi dico. L’empatia è memoria. Non c’è memoria in una storia senz’anima. E’ un tranello. Il lettore, persino il più smemorato, non dimentica mai se stesso, in fondo.

E’ stato in quel preciso istante che ho ricollegato la memoria del libro che mi ha prestato la mia amica, a questo racconto insipido.
E’ scattato un pensiero, una sintesi, una confessione.

La verità.

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