Sfatare i miti, a partire da quello dell’estate.

Ed eccoci qui, anche quest’anno l’estate è arrivata, con i suoi fastidiosi cliché e l’afa che li accompagna. E sì, perché di questo ormai si tratta, di consuetudine. L’estate è un luogo comune, uno di quelli dove chi non si ritrova a percepire ed esternare le stesse sensazioni di molti altri, la cosiddetta maggior parte della gente, viene visto come l’estraneo del momento, quello o quella che non si conforma alla leggendaria euforia estiva.blogpic

Di tanto in tanto su internet leggo commenti di ogni tipo, da quelli che come me, non sono particolarmente felici di questa stagione nostrana (ché c’è estate e estate, che varia da luogo a luogo) e monotona, ai più che come guerrieri, ne difendono l’onore, manco fossero nati esclusivamente per vivere in questa stagione, snobbando le altre che con le loro nuvole minacciose incutono ombra e timore alla massa, la quale, come da copione, deve uniformarsi alle ferie aziendali che sono e saranno sempre rigorosamente estive. Questo per chi ha ancora un lavoro, da queste parti.

Ho passato diverse estati della mia attuale vita, felici e piene di aspettative. L’estate era il periodo in cui la scuola terminava, prendeva la giusta pausa dalle fatiche scolastiche. Inoltre, per tanti anni, fin da bambina, andavo ad abitare in una splendida casa sul mare, tra i giardini e il profumo di rosmarino che saliva fino alla cucina, rendendo le pietanze ancora più gustose. Quella casa esiste ancora, ma non mi appartiene più. Né sulla carta, e nemmeno per quanto riguarda il suo contesto, con i suoi giardini, i ricordi. Sono dentro di me, li ho assorbiti, li ho vissuti, ma io ora sono qui, sono andata oltre. E una parte di vita è passata tra la bambina che ero e il mio essere donna.

L’estate è una stagione, su questo non ci piove (ahimè!), e per tanto la rispetto. Rispetto i cicli della natura, tutti, e l’estate è parte di questo ciclo. Detto questo, il sapore dell’estate di un tempo è cambiato. Le stagioni sono tutte un po’ sfasate, e il caldo limpido accompagnato dal vento di maestrale di qualche anno fa, così come i temporali in agosto, sono quasi spariti su questa zona della Terra, la Sardegna. Se è vero che devo accettare ogni cambiamento, accetto anche questo, ma ciò non significa che la cosa mi debba piacere per forza, anzi. Credo di avere il sacrosanto diritto di esprimere il mio malcontento nei confronti di una stagione che non mi manda in visibilio.

E i motivi li ho in parte già elencati. L’afa con i suoi capogiri, il respiro corto, i ricordi d’infanzia che fanno parte del passato e trasmutano verso una consapevolezza diversa della vita, il bisogno (forse tutto mio personale) di un ambiente fresco, dove inspirare aria pulita a pieni polmoni, senza sentirsi soffocare e al tempo stesso sciogliere come un ghiacciolo fuori dal frigorifero. La necessità, spesso disattesa da un lungo susseguirsi di giorni soleggiati e tutti uguali, delle nuvole che accompagnino il sole in questo suo momento solenne (fin troppo) senza per questo levargli la visibilità che, diciamoci la verità, da queste parti è sempre piuttosto in auge.

Per questo faccio sempre l’esempio di coloro che vivendo in paesi piuttosto freddi e ombrosi godono – giustamente – del breve calore che gli è concesso durante i giorni di vacanza, diversamente da chi in questa ‘perenne vacanza’ al sole, ci vive tutto l’anno. Lo faccio perché mi rendo conto che si ha bisogno di ambienti incostanti, diversi dalla routine. E il sole è sacro come la pioggia, perciò ben vengano ad adorarlo coloro che lo assorbono meno di noi che pure d’inverno ne sentiamo l’influsso a sufficienza. Io stessa, tempo fa, ho patito ‘il mal di tempo’ a Londra, durante un breve periodo di vita lì. Ricordo il mio volto serenamente malinconico, appoggiato al finestrino del bus. Aspiravo ai pallidi raggi di sole, come ora rincorro le nuvole, sperando che si fermino sopra il mio cielo a rassicurarmi, magari con qualche goccia d’acqua sulla terra secca.

Chi lo direbbe mai a sentirmi ora? Che come una lucertola mi stendevo ovunque, ad abbronzare la pelle pallida che mi ricopre dalla testa ai piedi. Le scottature felici, non curanti dei bruciori, pur di portare un po’ di quella stramba euforia del sole su di me.

Ecco, tutto questo io lo conservo, in maniera preziosa, come ogni segno di vita che ho assemblato in questi anni. Ma sono lieta di scorgere anche le conseguenze del passato, quei passi che silenziosi si dirigono verso altre stagioni, interessi, stili di vita. Quelle cose che non sei tu a mutare, ma che arrivano e sono loro a trasformare te. Sono le fasi dell’esistenza, i richiami ad altre scene, diverse storie da vivere.

E questo lo scrivo anche per sfatare l’idea che chi non predilige l’estate alle altre stagioni sia una persona triste o tendente alla depressione. Al contrario! Se avessi bisogno del caldo e dello stare al mare per essere felice, sarebbe triste. Dovrei preoccuparmi. La natura tutta è piena di meraviglie, visibili per lo più in altre stagioni rispetto a quella estiva che esclude molte diversità, essendo troppo calda e sfocata per essere variopinta.

Domani sarà il solstizio d’estate, la giornata più lunga dell’anno. I solstizi sono due, uno estivo e l’altro invernale. Ho letto che nell’antica Grecia erano chiamati porte, quello estivo ”porta degli uomini”, quello invernale ”porta degli dei”. Il primo era l’ingresso nella sfera materiale della creazione, l’altro nel divino, nel regno soprannaturale.

Una bella metafora, a mio avviso. E mi ci ritrovo perfettamente. La mia vita trasfigurata trova la sua giusta collocazione nell”inverno’ dell’esistenza, avendo sperimentato l”estate’ più e più volte.

Nessun giudizio, nessun dramma, nessun mito a proposito.

A ognuno la propria stagione evolutiva.

E in ogni caso, dal solstizio d’estate in poi, le giornate cominciano ad accorciarsi.

Che bello.

”Anche l’autunno della vita ha le sue luci, quelle luci che non hanno le altre stagioni”.

Joseph JoubertPensieri, 1838 (postumo)

 

 

 

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