Parole indipendenti su aspetti incongruenti

Da poco, qualche giorno fa, mentre girovagavo sul web, mi è capitato di leggere dei commenti sui risultati di queste ultime elezioni italiane (ma non entrerò in merito alle stesse, ché non è questo che m’interessa), da parte di alcuni cosiddetti indipendentisti sardi.

Premessa. Sono nata in Sardegna – in questa vita, dato che credo fermamente nella reincarnazione – e non ne vado né fiera, né la cosa mi rattrista. Trovo che questa terra sia meravigliosa, selvaggiamente attraente, colorata, piena di profumi speciali che conserverò per sempre nella mia anima, qualunque sarà la mia destinazione successiva, una volta che lasciata questa vita, tornerò (ché non credo l’evoluzione sia ancora completa) a incarnarmi sulla terra per proseguire la mia crescita di essere spirituale.

Durante i miei quasi trentasette anni di attuale vita, ho viaggiato (ultimamente meno, ma riprenderò). Più che altro è successo che fin da bambina ho avuto la possibilità di muovermi tra ambienti diversi, in luoghi diversi, e non solo. Essendo figlia anche di un albergatore, il mondo è sempre stato di casa, a casa mia. Ho ricordi molto lontani di me che parlo con americani, inglesi, tedeschi, italiani, spagnoli, indiani, e altri umani di ogni luogo. Ho il ricordo vivo, come fosse oggi, di me che dopo la prima lezione d’inglese a sei anni, vengo elogiata dall’insegnante per la capacità di parlarlo con un accento sorprendentemente non italiano o sardo, e per la velocità di apprendimento delle parole e della sintassi, così diverse da quelle della lingua che ho parlato per prima, l’italiano. Ma, sempre per la mia forte credenza nella reincarnazione, so che la mia capacità di parlare bene l’inglese può essere un retaggio di una vita passata, magari l’ultima, in cui ho probabilmente vissuto in un paese dove si parlava quella lingua. In particolare mi hanno sempre detto che ho un accento ‘americano’ innato, e in effetti, ho parenti e amici lì, mi ci sono sempre trovata bene, come a casa. Può essere che io ci sia nata in passato. Oltre a questi ricordi, c’è quello di me che soddisfatta, dopo le prime parole di lingua inglese, rientro a casa da scuola dicendo a me stessa, mentalmente, ‘che bello, ora potrò parlare con tutto il mondo!’.665175_steps

E così è stato. Ho conosciuto persone da tutto il mondo, come tutti, o quasi, e con ognuna di queste ho potuto parlare, entrare nel vivo di quella che è la splendida diversità che ci accomuna quando scendiamo sulla terra a vivere la nostra esperienza umana.

Ho lasciato l’isola per qualche anno più volte, l’ultima delle quali sono andata a vivere in una città che probabilmente mi cercava. Firenze, città egocentrica, simpatica, a tratti chiusa, un po’ troppo legata al suo rinascimento ormai lontano, ma vitale. L’arte e gli affari vi si mischiano in un crescendo talvolta asfissiante, sporco. Le vie del centro sempre gremite, pullulanti di odori lontani dalla cultura che li ospita e con la quale talvolta si fonde. Questo piccolo mondo che accoglie, più o meno forzatamente, un mondo più grande che a tratti si integra e a tratti meno, ma nel quale confluisce, alla fine, nello stesso fiume, l’Arno.

A Firenze ho lavorato quasi continuamente, il mio stato di disoccupata che in Sardegna diventa immancabilmente cronico, è sempre stato occupato in varie mansioni. E la mia personalità sfaccettata ha avuto l’opportunità di esprimersi, anche nel rammarico dei giorni uggiosi e faticosi che in qualche modo tediano il nostro animo un po’ ovunque.

A un certo punto però, qualcosa è cambiata. Il mio amore per l’arte si è perso nelle strade piccole ma trafficate, la vita assidua, ma anche monotona, i giorni liberi che non riuscivano a rincorrersi più di tanto, rimbombando in un tran tran in cui non sono mai riuscita a identificarmi.

Tra l’altro, avevo conosciuto lì il mio ragazzo (è bellissimo chiamarsi sempre così, annientando i letali cliché della burocrazia coniugale, della quale faccio e farò a meno sempre), precisamente nella panoramica e rinomata collina di Fiesole, dove entrambi lavoravamo in un albergo ottocentesco affollato di matti, affreschi e restauratori.

E con lui, quando qualcosa stava iniziando a cambiare, abbiamo preso la decisione di venire in Sardegna. Per me un ritorno, per lui una scoperta. La terra è generosa, non lascia a piedi nessuno.

Un ritorno, sebbene sia il quarto anno di assenza dal mondo del lavoro, di cui non mi pento, un ritorno che ha un senso come ogni cosa che decidiamo di fare.

Per un periodo mi sono fiondata a capofitto nella riscoperta di questa terra, come se l’avessi vista per la prima volta. Mi era mancata, perché, sebbene antica, è una terra fresca e agra, una sorsata di vita dopo lo smog delle città (piccole o grandi che siano).

Mi sono avvicinata al mondo degli indipendentisti, ho avuto modo di parlarci e conoscerli umanamente. Per un po’ mi sono sentita parte di quel mondo, sempre a modo mio, credo in maniera completamente diversa dal modo in cui loro (o meglio alcuni di loro, ché non conosco il sentire di tutti!) percepiscono quest’idea di indipendenza.

Nel mio modo di vedere le cose, essere sarda non è mai stato diverso dall’essere di qualsiasi altro luogo. Non sento mancanze che in qualche modo le persone che abitano altri luoghi non sentano, con le loro peculiarità. Non sento inoltre, per quanto possa sembrare strano in un primo momento, alcuna specificità nel mio modo di essere di un luogo, perché ‘essere’ è un concetto (lo sto limitando mentre provo a descriverlo) che non ha niente a che vedere con lo stare, il fare, il possedere. ‘Essere’ non è identità con un luogo, una lingua, una matrice esterna e variabile. ‘Essere’ è una costante che non ha confini e non può essere definita da niente di ciò che sia esterno all”essere’ stesso.

Per questa ragione, quando meditavo sul concetto d’indipendenza, nella mia mente (probabilmente indaco) prendeva forma l’immagine del Mondo intero. Nella mia visione, questa terra, coi suoi odori e sapori autoctoni, non doveva restare chiusa, ma liberarsi, aprirsi a quella che è la realtà di un mondo senza confini. Il fatto che il mare la ‘separi’ da altre terre, è sempre stato per me il collante che maggiormente la poteva trascinare su queste stesse terre vicine e amiche, proprio perché nessun uomo ha potuto mai mettere un reale confine nel mare. Mentre lo ha fatto nei territori vasti di terra ferma. 1136911_feet

Riflettevo, e tutt’ora lo faccio, per sembianze. Non costituzioni, vecchie battaglie, confini invalicabili, fortezze e barriere. Immagini libere di andare oltre il vissuto, il passato ormai morto e sepolto, la storia narrata, quella idealizzata, e quella dissimulata che nessuno conoscerà mai, se non dentro se stesso. E’ probabile che, sempre per la teoria della reincarnazione, molte persone che vivono qui ora, abbiano in passato combattuto battaglie per difendere il loro territorio, o magari erano gli stessi conquistatori che ora sono tornati per difendere e ‘liberare’ il territorio conquistato in precedenza. Ci sono miliardi di storie dietro ogni comportamento umano. E tutte vanno ascoltate. Anche quelle di coloro che vivono questa e altre terre senza un legame pomposo e a volte inibito, invece che libero, anche di non essere un legame resistente e imprescindibile.

Per riprendere l’incipit dal quale sono partita, tra le frasi che ho letto, una mi è rimasta impressa per la sua totale inconsapevolezza ”…popolo di peddizzoni esterofili’. ‘Peddizzone’ credo si possa tradurre come miserabile, o qualcosa del genere. Esterofilo è sinonimo di xenofilo, ovvero di chi ha ammirazione per lo straniero. E che male c’è? Siamo tutti stranieri in terre straniere, se non ci ammirassimo in qualche modo, odieremmo l’intero genere umano! (Cosa che purtroppo succede spesso). In questa frase è racchiusa tutta la realtà del mondo, con le sue incongruenze, la sua incapacità a trovarsi, capirsi, vedersi per quello che si è, esseri umani, anzi spirituali in veste umana sulla terra, che s’incontrano. In ogni luogo.

La persona che ha scritto questa frase voleva essere sprezzante di chi, abitante di questa terra, accoglie credenze che ‘non le appartengono’ (sempre secondo coloro che in maniera dogmatica pongono dei limiti a ognuno degli esseri che abitano questo e altri luoghi), denigrando altri esseri che come lui e altri, hanno il diritto di scegliere qualsiasi cosa ritengano essere giusta. E nessuno può davvero dire quale sia la cosa giusta. Neanche chi pensa, ‘dal basso’ del suo ‘essere complessato’, di essere dispensatore arrogante di verità assolute. Perché arrogante è spesso proprio colui che si sente in difetto rispetto ad altri. Per motivi che praticamente sempre, trascendono ‘gli ideali’ che cerca d’imporre.

Per queste ragioni, sospinta dall’atavica necessità di Libertà – nelle mie vite passate sono stata talvolta privata della libertà, sono stata anche schiava, e  il mio compito oggi è quello di rompere le catene e incitare alla fuga dalle prigioni (anche mentali!), oltre che quello d’interessarmi del mondo a trecentosessanta gradi, in una visione globale, quasi mistica – ho scorto in ‘questa idea di indipendenza’ l’ombra di una gabbia inconscia, perché chiusa in se stessa. Una sorta di matrioska.matrioska In pratica, senza neanche troppa filosofia, l’esatto opposto di quello che significa Indipendenza (pure e soprattutto, dalle proprie idee, dal proprio ego, dalla propria e presunta capacità di non so cosa). Eccolo il senso stravolto, dentro ogni bambola della matrioska in cui è racchiusa un’altra bambola che ne racchiude un’altra ancora e così via, fino alla più piccola e fine a se stessa, quella che non contiene niente, rimanendo circoscritta all’interno di un involucro progressivo che paradossalmente non progredisce, al contrario, regredisce fino alla sua stessa origine e lì rimane, senza alcun genere di trasformazione.

Quello che penso è che i sardi e le sarde (in generale, mi riferisco ai tanti che lo fanno), invece di parlare di se stessi nel mondo, in una proiezione ideologica di riscatto (da non so cosa, perché personalmente io non vivo così il mio essere nata qui per le ragioni che ho già spiegato), dovrebbero cominciare ad aprirsi al Mondo. Il che non significa affatto semplicemente viaggiare fisicamente o emigrare, non è questo il punto (visto il numero di sardi/e che viaggia ed emigra). Dovrebbero farlo interiormente, nell’anima che è brocca d’infinite memorie, nel ricordo di un unico Mondo che ci ospita tutti, ovunque e in qualunque tempo.

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