Parole interrotte – le foglie secche dell’albero della vita -.

Decidere di compiere un percorso consapevole, significa anche andare incontro a una serie di trasformazioni continue, evoluzioni che cambiano la percezione del tempo solo da un giorno all’altro. Una settimana diventa così un lasso di tempo lunghissimo, composto di infiniti cicli. L’universo interiore è davvero sconfinato, e quando si decide d’intraprendere il viaggio all’interno di sé, ci si rende conto di quanto stretto e monotono sia il mondo esterno, quello circoscritto nei confini dell’ego. Dove le parole viaggiano a velocità talmente limitata, da non lasciare spazio alle possibilità che esistono dietro, sotto o sopra, o ancora, dentro, quelle stesse parole.1286690_

I dialoghi sono fermi, secchi, tuttavia equivocabili. A volte soddisfano, altre lasciano all’interno del nostro animo, quella strana e spiacevole sensazione d’incompiuto. Irrisolto. Parole dette a metà, vuoi per auto-censura, per incapacità a esprimere il proprio sentire oppure per la caparbietà dell’interlocutore/trice a non voler ascoltare quelle parole. E allora rimangono lì. Nel non spiegato, non compreso, non risolto. Perché se è vero che sono un veicolo espressivo apparentemente diretto, è anche vero che questo le rende al tempo stesso inespressive, perché continue, mai dosate, con le pause ammesse solo per prendere fiato, e non per definire l’intento iniziale del discorso, al contrario, per perdersi, nei toni alti e bassi, con lo sguardo teso al pavimento, o al cielo, dove la comunicazione si annulla e non ci si rende neanche conto di aver avuto una sorta di dialogo, un non so cosa con qualcuno, perché quel dialogo era morto in partenza, non c’era, era sordo, muto e cieco, talvolta.

E questo accade tutti i giorni, dal vivo, o per iscritto, ma accade. E accade anche di essere solo spettatrice, nel mio caso, di lunghe e interminabili disquisizioni sul niente, mascherate da filantropiche intenzioni, che spesso diventano monologhi, quasi sempre, illibati e orgogliosi suoni rimbombanti del proprio ego. Io qui, io lì, tu niente, tu non esisti, non vali un tubo. Tu, voi, il resto del mondo è solo il mio piedistallo, quello che uso per lisciarmi la coda, tirarmela un po’, per sentirmi ancora un po’ più ”ego” di prima. Ché ci si da pure le arie a essere egocentrici, ormai. Gente fiera del proprio ego, come se fosse, non so, come se fosse chi? Perché ego non risponde alla domanda ‘chi sei’.

Chi sei non risponde a nessuna domanda, forse. Perché non è un’acquisizione, ma una verità. La verità. Chi sei non è qui, non fa niente, e non ha bisogno di mettersi in mostra. ‘Chi sei’ è.

E questo vale per tutti. Anche coloro che si convincono di essere ‘migliori’ perché si arrabattano dalla mattina alla sera, dicendo di fare questo e quello, cercando di farsi notare pure quando ‘l’intenzione’ era quella di non volere notorietà. Vale inoltre per chi ti dice che un figlio farà quello che tu gli insegnerai, e quindi capisci che il figlio o la figlia sono stati messi al mondo per perpetuare l’ego insaziabile, e spesso frustrato, dei genitori. Sbagliato. Vi dico. Perché se vogliamo giocare all’ego, allora sappiate che anche i vostri figli diventeranno esseri egoici, e con i vostri rispettivi ego non riuscirete più a capirvi, creando ulteriori conflitti. Non solo, vi chiederete il perché di tali conflitti, non capirete! Semplice, perché quei figli/e, in cui tanto vi siete specchiati, nei quali avete proiettato i vostri desideri, sono spesso l’esatto contrario di voi. Non sono voi. E non sono vostri. Come cita la splendida poesia di Kalil Gibran:

”I vostri figli non sono i vostri figli.
Sono i figli e le figlie della vita stessa.
Essi non vengono da voi, ma attraverso di voi,
e non vi appartengono benché viviate insieme.
Potete amarli, ma non costringerli ai vostri pensieri,
poiché essi hanno i loro pensieri”redtree

Ecco perché bisogna lasciare che ognuno si esprima realmente. Senza voler continuare a lottare a chi è ‘il migliore o la migliore’, di non so che e non so dove, ecco perché è necessario che ognuno possa creare dentro di sé il proprio spazio. Che poi non c’è niente da creare, perché quell’estensione infinita è lì, in ogni momento, basta solo fermarsi e ascoltare.

Sentirete il silenzio.

Quel silenzio che serve a ritrovare, ritrovarci, ad ascoltare la strada che abbiamo intrapreso tempo fa, senza perderci nel conflitto, che è materia dell’ego per eccellenza, e lasciando che la nostra anima scavi a fondo per trovare le radici del proprio albero.

L’albero della Vita.

Dove le parole si afflosciano, foglie stinte dalle stagioni, per rinnovarsi in verdi – o di qualunque altro colore si voglia – intrecci, in cui la trama non tende più a seccarsi, ma si nutre, invece, di nuova e diversa vita.

Ovvero, cresce.

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