Un ciclo quasi perfetto

Oggi la giornata si è svegliata aperta, serena e riposata. Niente sbornia o serata particolare, il 2012 è finito con un forte mal di stomaco, preludio al mio ciclo anticipato e scambiato per una gastrite. Oggi, esattamente come un anno fa (un ritardo dell’anno scorso e un anticipo di quest’anno hanno coinciso nel primo giorno dello stesso), il mio corpo si tinge di rosso per cominciare un nuovo ciclo. Principio e conclusione, conclusione e principio. Semplice, circolare, direi quasi perfetto. cover

Non sono una tipa che fa i bilanci dell’anno trascorso o enuncia buoni propositi per quello che viene. Preferisco vivere. Così come accade, la vita, o meglio così, per come la vedo io, come noi abbiamo deciso che accada. Nel bene, e nel male. O senza l’uno né l’altro. Senza paranoie, rimpianti, o rivendicazioni di alcun tipo. Nessuna maledizione verso coloro con cui ho avuto screzi, nessun augurio speciale per gli altri, se non quello – e questo vale per tutti – di vivere la propria vita ora, al di là di un passato o un futuro a cui appigliarsi. Privi di aspettative.

Essere libere/i, mai vincolati. Da noi stessi, intendo.

Essere spontanei, fare capriole, disegnare, sì, disegnare. Alla fine del 2012 ho ripreso a disegnare. Lo facevo da bambina, e ho ripreso in mano quelle matite che non sono prerogativa di chi dipinge per mestiere o ha un talento particolare. Ma un mezzo espressivo, come tanti altri, per accendere luci che spesso rimangono spente, in attesa di pensieri ottusi. A chiuderci. A riempirci di cacca. Per farci tappare il naso e correre verso la porta più vicina, per aprirla e respirare aria, quando l’aria è ovunque, viene da dentro. Respirare i propri colori, i chiaroscuri, respirare, sempre.

Ho disegnato i mandala, per due settimane di fila ripetutamente, colorati e cangianti, delineati a mano libera, la mano che vaga sospinta da un’energia soffice, calda. La mano che scorge il centro, che ritrova il punto da cui è partita, lo ripercorre, lo sfiora, si scosta, riaccosta. E colora, colora, colora. Non è nemmeno vagamente lontana dalla realtà, quella mano, conosce la realtà, lei è realtà.

Il corpo, il respiro, stirarsi, sgranchire i muscoli, sentire la tensione, scioglierla, camminare. Andare nei boschi, abbracciare gli alberi, sentire che la vita è lì.

E poi, la concretezza dell’acqua, che non è solida, ma fluida e scorre ovunque. Nelle cascate, nei laghi, nel mare che ti accoglie durante il periodo caldo.

Le ombre, degli alberi, dei tetti, delle rocce, lisce o frastagliate, appuntite, lunghe, corte. Sono belle, le ombre, e non fanno paura, perché da sole non esistono. Sono sempre circondate da luce, infinita.

La fonte, tornare alla propria fonte e attingere da lì, continuamente. Rigenerare la vita che scorre in noi come linfa, lavare via le ossessioni, non importa quanto nobili, emotivamente attraenti, siano. Cercare il proprio ‘centro di gravità permanente’, per essere fluenti come l’acqua, senza legami, eppure connessi, con l’intero cosmo.

Questi non sono propositi, o indicazioni, sono solo parole che attingo dalla fonte, quella in cui mi immergo ogni giorno per cominciare, perennemente, un nuovo ciclo.

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