Nella fiera della vanità, ovvero, il mondo recluso dell’io.

Da qualche giorno mi ronza per la testa la frase di uno scrittore, filosofo, maestro spirituale, tale Eckhart Tolle, di cui ho appena ordinato un libro intitolato ‘un nuovo mondo’ (A New Earth) e il quale in uno dei suoi pensieri ha riassunto una verità che da sempre spinge per parlarmi e che dice ”life isn’t so serious as the mind makes it out to be”. Ossia, la vita non è così seria così come la mente vuole farci credere.

Quando l’ho letta, l’ho sentita mia, l’ho ascoltata come si ascoltano i propri pensieri quando girano e rigirano e tornano sempre lì, al punto di partenza. Al punto in cui ci si chiede ‘come mai penso a questo? Sarà da qui che devo ripartire? Da questo pensiero, apparentemente semplice e infinitamente profondo’?
Sì, credo di sì.
Da giorni, ormai mesi, quasi anni, leggo la vita e cerco di tradurla in spiritualità. Il fatto che ora ogni cosa transiti su internet, poi, mi dà la possibilità di soffermarmi a guardare quali siano i meccanismi che le persone mettono in atto, più o meno tutte, più o meno in ogni circostanza della vita. E’ come un gioco, in realtà lo è. Anche nelle sue sfumature più tragiche, la vita altro non è che un gioco. Dove ognuno assume il proprio ruolo, lo definisce nel tempo, se ne appropria fino alla morte. E’ l”io’, l’attore che mette in scena le tragicommedie che fanno della vita un vero e proprio teatro dell’esistenza, dove però questa diviene misera e circoscritta alla sfera del tangibile, in cui ogni cosa, ivi inclusi i sentimenti, mutano in merce di scambio, barattati in ogni modo, compravendite ad alto o basso profilo, a seconda delle tasche.
Questo commercio grottesco dell’entità spirituale in forma umana, che smette di essere tale per rendersi vuoto esistenziale, il nulla per eccellenza, amalgama i pensieri in un frullato che distrugge il ‘sé’, lo annienta, alienando ogni essere dall’altro, imprigionandolo in se stesso, all’interno di un ‘io’ macerato, pesante, sordido.
In questa fiera, dove smistarsi in tanti piccoli esseri egoici è la base da cui prende il via la gara d’appalto principale, quella per la propria affermazione, ‘vincono’ coloro che abbattono il valore dell’esistenza, sminuendo e infine annichilendo la possibilità di essere e aumentando quella dell’avere, del possesso fine a se stesso. Sia esso di persone o cose, non cambia nulla, perché l’idea del proprio ‘successo’ è quella che conta. Una continua campagna elettorale del proprio ego, il concetto che esista un podio su cui salire, da cui poter gridare agli altri ‘io ce l’ho fatta!’. A fare cosa, non si sa, ma tant’è. All’ego non interessa approfondire troppo, anzi. Nuota in mari con basso fondale, sempre attento a non affondare, non sia mai che vi anneghi. Allora sì, sarebbe costretto a fare i conti con sé, il sé che costantemente viene ingabbiato dentro questo io egoista, protagonista, desideroso di potere, rivalsa. Questo io che scambia l’amore per le persone con il possesso, la gelosia, l’invidia. Questo io depresso, cronico, infondato.
In un simile scorrere di vita, il cui peso serioso è dato appunto dalla maschera che l’io le impone, di fatto impedendo all’anima di essere presente, nascosta e soffocata dal gioco delle parti, mi sono fatta l’idea qui descritta. Che è certamente assimilabile alla frase con cui ho aperto questo post. E che va oltre questo rozzo spettacolo il quale ogni giorno si delinea, con attori consumati e tristi. Né vincitori, né vinti, né ricchi, né poveri, né buoni, né cattivi. Solo avidi consumatori dei propri vuoti esistenziali, e troppo spesso, bramosi anche di quelli altrui.

« Non potevo più vivere con me stesso. E in questo sorse una domanda: chi è questo io che non può vivere con sé? Cos’è il sé? Mi sentii attirato dentro il vuoto. Non sapevo allora che ciò che stava accadendo era che la mente, con la sua pesantezza, i suoi problemi, che vive tra un passato insoddisfacente e un futuro pieno di paure, era crollata. Si era dissolta. Il giorno dopo mi svegliai e regnava una grande pace. C’era pace, perché non c’era un io. Solo un senso di presenza o di essere, solo un osservare e guardare. » (Eckhart Tolle)

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