Momenti immortali dell’esistenza

”La vita è solo un’altra morte.

La morte non è la fine, ma l’inizio della vita”.

(Christian Friedrich Hebbel – Diari – )

Quache giorno fa era Luna nera, un giorno in cui ci si rinnova. E oggi rinnovo il mio blog, con questo post scritto proprio il giorno di Luna Nuova, raccontando della settimana scorsa, da pochi giorni trascorsa. Una settimana lunga millenni, è parsa. Con le anime che s’incontrano, nel viavai dell’esistenza.
E’ cominciato tutto il lunedì della settimana passata. Verso sera, le otto, otto e mezza.
Ha squillato il cellulare, era mio fratello. Aspettava la nascita del figlio da un momento all’altro. Ho guardato il telefono e pensato ‘non potrà che dirmi che è nato o sta per nascere…’. Invece mi ha detto che mio nonno era appena morto. Il nonno di cui ho già scritto su questo blog, che soffriva da anni, vegetando in ricordi sfocati. Che qualche giorno prima era stato portato, in una delle tante urgenze, in ospedale, stavolta per morirvi. L’ospedale, lo stesso in cui sarebbe nato mio nipote.
Ho tirato un sospiro di sollievo, col cuore in gola, come sono solita fare io, che palpito sempre, che di cuore mi nutro, a ogni scena che ascolto, con gli occhi umidi. Ho detto a voce alta, per raccontarlo simultaneamente al mio compagno che stava nella stessa stanza ‘ah, nonno è morto, ok, va bene così, finalmente ha smesso di soffrire’.
Nonno, quello che non mi ha compresa, quando da bimba che stava sopra le sue ginocchia, sono diventata una donna sfacciata e fiera, dallo sguardo felino, arrogante.
Dopo la telefonata, da quel momento, è stato un susseguirsi di eventi, incontri, occhi sfuggenti e sguardi impressi. La camera mortuaria, l’arrivo dei miei zii che vivono altrove, mio fratello che si divideva tra la morte del nonno e la nascita del figlio, pacatamente, nel perfetto equilibrio che lo contraddistingue da sempre. E poi mia madre, mia nonna, io, lo zio che vive qui, la vita che arriva in questo mondo, quella che va verso un’altra dimensione.
E i ricordi a sbocciarmi dentro. Quelli sepolti, dalle troppe carcasse esistenziali. E’ mercoledì mattina, mi sveglio, mi preparo per la giornata funebre, metto ogni cosa al proprio posto, per ribadire a me stessa che ciascuna memoria ha il suo significato; mi lavo, mi trucco, mi guardo allo specchio. Sento le palle di neve che mi arrivano addosso, e vedo mio nonno che ride mentre le lancia. Scorgo mio fratello, è piccolo, corre con il suo cappello russo, la giornata è fredda, inusuale, lontana nel tempo e nel clima da qui. Avrò avuto otto o nove anni. Ha nevicato, ricordo il mio sguardo alla finestra, aperto, lucente, bianco come il manto innevato di fronte a me. Poi mi vesto, fa ancora caldo, di un ottobre tiepido, appiccicoso. E sfoglio mentalmente il ‘topolino’ che guardavo con mio nonno, quando ancora non sapevo leggere e le vignette mi suggerivano le parole. Lui era simpatico, per anni non lo sarebbe più stato, ma lo è stato a quel tempo, con me. E quel tempo ha voglia di narrarsi, ancora, in quel frangente che fa parte di me. E’ parte del film della sua vita, penso. E io lo sento, lo accolgo. In fondo gli voglio bene, come allora. E mi sento stranamente serena, in pace con me stessa e ogni singola anima di questo e altri mondi.
Il funerale si è svolto velocemente, ai miei occhi. Le persone piangevano e ridevano, non si percepiva dolore, come se mio nonno l’avesse portato via con sé; solo tante storie ad affermarsi, tra i nomi, i luoghi, le persone di un’epoca che vive dentro di noi. Ora mi sembra parecchio tempo fa, allora mi pareva che non ci fosse un momento preciso, che il tempo fosse lì, e basta.
La sera, siamo rimasti in pochi, a pochi attimi dalla cena, attimi in cui è nato mio nipote, le otto e mezza, circa. I suoi occhi grandi. Ho sentito una scossa, l’emozione risalire, la stanchezza alternarsi fra le spinte della gioia.
Lacrime non ne ho versato, mai. Ho avvertito ogni singola vibrazione dell’arco vitale fare eco dentro di me. Ascoltato i suoni dell’energia, i cicli, il senso profondo. Rapita dalla magia della trasformazione, dal silenzio della morte e il rumore della nascita.
Un tamburo ha scandito i ritmi di questa morte – trasformazione – (ri)nascita, ho udito il passato, il presente, il futuro, e capito che non esistono, non in un tempo, ma un cerchio, un continuum spazio-temporale.

Che la vita è qui, ora, ma è anche altrove. E si rinnova nei momenti immortali dell’esistenza.

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