Le quote di genere non sono rosa, e sono contrarie alle discriminazioni.

Stamane, scorrendo qui e là sulla homepage di facebook, ho letto una discussione sulle quote di genere che qui in Italia, e solo qui, vengono chiamate ‘quote rosa’. Ancora? Mi sono detta. Sì, ancora. Ancora coi soliti discorsi e stavolta, con mia sorpresa, a parlare di quote e a esserne a sfavore, non erano donne inconsapevoli, o uomini tronfi del loro millenario ruolo istituzionale, bensì un gruppo di donne impegnate e attive, delle femministe. Ok, mi dico, ognuno ha veramente la sua opinione su tutto a questo mondo, ed è ovvio che vedere le cose allo stesso modo non sia possibile, ed è giusto così. Ma i discorsi che ho letto erano troppo simili a quelli che sento da uomini e donne i quali non hanno la minima conoscenza del femminismo e del ragionamento che porta avanti e che si discosta completamente dalla logica patriarcale e da tutto quello che comporta. Parlare di merito (proprio così) all’interno di una società dominata dall’uomo bianco, è quanto di più scontato ci possa essere. E denota che, in qualche modo, anche le donne e gli uomini più consapevoli, ne siano infarciti. Quando Riane Eisler parla di ‘partnership’ e spiega esattamente come mai siamo lontani anni luce da una società basata sulla parità tra uomini e donne, lo fa allontanandosi nettamente da quello che è il lietmotiv a senso unico della società patriarcale. Sviscera ogni singolo tassello e riporta a galla la verità preistorica insita in questo modello di società così sbagliato, sbilanciato e distruttivo. Perché è ovvio che non si possa partire dal presupposto che questa sia una società che funzioni e nella quale la rappresentanza debba andare bene sia al maschile e al femminile, come a dire che mica facciamo distinzioni di sesso, in questo mondo. In Italia, poi!

Il modello finora vigente, quello patriarcale, ha imposto i dettami istituzionali da sempre, e questa non è una società sessista in partenza? Quindi, a detta di alcuni/e, il problema è di risolvere innanzitutto questa disparità, basandosi su un welfare che permetta a ognuno di poter partecipare alla vita pubblica, in qualunque settore e con qualsivoglia ruolo, in base però ai meriti acquisiti per riuscirci. Ma scusate, il punto è proprio qui. Il punto è che di fatto questo non è al momento attuabile. E non lo è, perché le donne non hanno libertà d’ingresso proprio da nessuna parte, se non nei bagni dei cessi degli uomini, per lavarli. Inoltre, a parte il fatto che queste non partecipino in nessun modo alla gestione dei territori in cui vivono (e si vede), la questione importante qui sembra essere che chiunque decida di fare parte delle istituzioni (che personalmente mi auguro vengano abolite e trasformate in qualcos’altro in un futuro) uomo o donna che sia (la realtà parla da sola, le donne sono eccezioni e spesso volute dagli stessi uomini), arrivi a ottenere il suo ruolo in base ai parametri della meritocrazia. Ma se si è parlato di welfare, che dovrebbe garantire i diritti e la parità a ogni individuo, cos’ha a che fare questo con il merito?

Vorrei aprire una piccola parentesi sul ‘merito’, parola che da sempre mi ha fatto venire l’orticaria. Meritarsi qualcosa, significa guadagnarsela, sudarsela, investire se stessi per ottenere, è ovvio, soldi, riconoscimento e soprattutto potere. Ma in che modo le persone sono spinte a guadagnarsi qualcosa? Cosa fa loro investire l’intera esistenza per ottenerla? E come mai le donne sono praticamente escluse da questa corsa malsana verso i posti di potere? (A me, personalmente, non piace quest’impostazione disumana e prevaricatrice della realtà, ho un’altra visione di vita e di mondo, ma se così fosse, avrei problemi a farmi strada in tal senso, proprio perché sono donna). E ancora, chi giudicherà quali tra le persone in questa lotta per il raggiungimento del potere abbia ottenuto più punti, sia più idonea? Chi è al di sopra delle parti? Chi decide e in base a quali regole, quelle fatte dagli stessi che hanno deliberato in modo apriosristico come impostare il meccanismo? Certamente chi ha già raggiunto tali meriti creati ad hoc e li ha superati (di sicuro sempre e solo uomini, magari vecchi e bavosi). Ovvero chi sta seduto su una poltrona da più tempo degli altri. E questa come si chiama, se non gerarchia sovrana patriarcale? Perciò, nessuna parità, nessuna collaborazione, solo merito e ordine al maschile. Come si fa a non sentire il peso obsoleto e dominatore di questa logica? Il merito, si basa su un mero ricatto, primo fra tutti quello che un individuo fa a se stesso, perdendo in questo modo la propria sensibilità umana. 

Vedete, c’è qualcosa, più di qualcosa, che proprio non torna. Allora, tra il vedere e il non vedere, è preferibile che la rappresentanza sia equa, e che anche una donna che ‘non meriti’ quel posto sia lì, dal momento che non mi pare proprio che gli uomini (la stragrande maggioranza) stiano in posizioni di potere perché siano degni di starci (ma per chi poi, per loro stessi, per la comunità? Questo ancora non si è capito, non si è capito il merito a chi serva e per fare cosa). Per amministrare ci vuole umanità, altro che merito.

Quando, per esempio, Riane Eisler propone un diverso modello di società, parla ovviamente anche di economia. E quando ne parla, lo fa proponendo un nuovo sistema economico che definisce ‘Caring Economy’ ovvero un’economia (la gestione dei soldi che finora sono sempre stati gestiti dagli uomini) che si prenda cura degli esseri umani tutti, non un modello spietato dove pochi hanno la ricchezza e la maggioranza delle persone muoia di fame, non dove si spendono miliardi in armi da guerra per ammazzare, mentre la maggior parte della gente muore di stenti, oltre che di bombe. Parte da altri presupposti (ma proprio altri, da una prospettiva che nessun uomo meritevole che io abbia avuto la fortuna di conoscere, ha finora mai proposto) e possibilità che nella società di oggi, per com’è impostata, non potranno mai esserci. Perché nel modello che lei suggerisce, i lavori ritenuti importanti per la collettività, non sono quelli di sfruttamento del territorio da parte di multinazionali che tengono al cappio intere categorie di umani che si sentono ‘costretti’ (evidentemente, anche mentalmente) a fare gli operai, i minatori e altro. In questo modello di mondo, l’economia collaborativa prevede che aiutarsi a vicenda e distribuire le ricchezze siano le fonti primarie di benessere per ogni singolo umano su questa terra.

E allora, mi chiedo, si vuole continuare a pensare basandosi sui soliti modelli scorretti e abusivi che hanno portato al punto in cui siamo arrivati? O si vuole provare a cambiare ribaltando realmente il senso delle cose? Ma abbiamo mai visto, in questo mondo, la maggior parte delle donne gestire qualcosa, o le abbiamo forse sempre viste come eccezioni e per lo più in disparte? E questa come la chiamate voi, non è discriminazione? E per non rischiare di essere ‘sessisti al contrario’ (che di sessismo non si tratterebbe, anzi, servirebbe ad abolirlo) o sentirsi offese dall’idea di essere considerate ‘umili parti rosa da integrare all’interno di un sistema celeste’ (sempre secondo le definizioni tipicamente italiane e volutamente sessiste), si lascia che gli uomini continuino a essere ancora, nel 2012, gli unici a prendere decisioni su ogni cosa? Ma stiamo scherzando?
In questo modo si rischia di cadere in un tranello fin troppo semplice. Quello di non volere fare il gioco sporco che fanno gli altri, senza accorgersi che lo si sta facendo alla grande e senza rendersene conto. Mi spiace, ma non ci sto.

Se le quote sono uno strumento per cominciare a cambiare l’attuale stato delle cose, ben vengano. E ha poco senso il discorso che ho sentito sul fatto che la parità sia richiesta solo per i lavori di potere, e non, dato che siamo in tema, per lavori come operaio, minatore, etc. Non capisco, è ovvio che sia nei luoghi amministrativi che deve esserci una pari rappresentanza, dato che è da lì che partono tutte le decisioni influenti. E poi, mi chiedo se chi ha scritto questa frase ha pensato ai tanti lavori dove per contro non c’è alcun uomo a fare da contraltare. La casalinga, che è un lavoro a tempo pieno, e non è neanche retribuito, la colf (sono rari gli uomini che lo fanno, così come sono rare le donne che lavorano in miniera, e allora di cosa stiamo parlando?), la badante, l’assistente alla poltrona (io non ho mai visto un uomo farlo!).

In quanto donna e femminista, aborro ogni tipo di discriminazione, a partire da quella (ma non solo) verso il sesso femminile che finora è sempre stata messa in atto. E mi sento di aggiungere che mano a mano, il potere perpetuato da uomo a uomo debba essere sradicato, ripartito e riportato alla sua condizione fondamentale, quella di collaborazione e cura degli altri, al di là di ogni suo utilizzo a scopo di lucro e vantaggio personali, e a discapito della salvaguardia del territorio e della comunità che vi abita. Che poi, è il mondo intero.

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