Catarsi dell’ego, tra le onde increspate di parole

Esiste al mondo chi, come me, se ne infischia di emergere all’interno di qualche categoria, sia essa lavorativa, sportiva, artistica, o che ne so. Esiste anche chi vive in profondità, e non agisce per una ragione, ma ispirata da un’intima riflessione che trasgredisca il senso tradizionale che di solito si attribuisce alla vita.
E’ così difficile, spesso mi chiedo, per la stragrande maggioranza delle persone, pensare di non dover arrivare da nessuna parte? Così strana l’idea di non dover vincere alcuna gara? E’ davvero la competizione – prima fra tutte, quella con se stessi -, il desiderio di rivalsa, l’unico metro che si possieda per misurare chi si è veramente (o piuttosto si pensa di essere)?
Attingendo dal cumulo dei miei pensieri, mi accorgo che ognuno segua i cosiddetti valori ai quali risponde, e oltre i quali non sente, non vede, non si pronuncia.
E’ terribile. Con queste menzogne a senso unico, si cresce.
Ho passato un periodo buio nella mia vita, in cui ricordo la sensazione di inadeguatezza. Perché a sentire gli altri, bisognava assolutamente scegliere una tipologia di vita a cui appartenere e per cui sentirsi vivi, pena la perdita stessa della veridicità della propria esistenza. In quel periodo scrivevo poesie. Che poi ho perso, regalato, fatto visionare, chissà in quale sgabuzzino saranno finite. Poesie tragiche, con un linguaggio catatonico e al tempo stesso viscerale, come di parole che vivono lontane dalle pagine in cui si inscrivono. Da quale parte di me saranno giunte? Un nucleo magmatico che dalla mia anima tentava di eruttare millenni di visioni senza voce.
Allora cercavo disperatamente di dare un nome a quel malessere, m’inducevo a pensare che ogni cosa e ogni persona dovessero averne uno, anche se non mi piaceva realmente dovermi definire. Così le poesie definivano me, e senza darmi un nome, solo attraverso l’ostinazione delle parole.
Poi, anni dopo e altre esperienze, l’evoluzione, ho capito che essere circoscritti dentro ai propri concetti è una prigione come tante altre. Prefiggersi mete per arrivare a se stessi, è quanto di più lontano da sé ci possa essere. E’ come chi scrive senza essere presente, per vanità, senza avere le mani imbrattate dell’inchiostro che scorre nelle parole, come il sangue nelle vene.
Ricordo che dopo quel periodo buio andai a Firenze, per trovare un lavoro, anche, e per smettere di lavorare stagionalmente, soprattutto, non che quella fu proprio la molla che mi spinse a partire. Volevo frequentare una scuola di scrittura creativa (di cui scriverò ancora in un altro post), e qui non c’era. Sarei dovuta andare insieme a un’amica, che poi trovò la sua vita proprio rimanendo qui. Io andai ugualmente e frequentai i corsi, dopo il lavoro, lì mi fu facile trovarlo. Ne frequentai tre. Tutti con la stessa insegnante, che è una scrittrice, di quelle autentiche, che quando hai tra le mani i racconti che scrive ci leggi la sua anima dentro, e non un ego banalmente in cerca di fama. Con lei ho abbandonato la poesia, o almeno quella che in tale modo si circoscrive, tanto che per me sarebbe impensabile ora scrivere dei canti. Per quanto non abbia mai seguito le regole nemmeno lì, detesto la metrica, mi dovevo soffermare però su ogni verso, come se mi sentissi obbligata a individuare le mie voci. E ho cominciato da allora, da quella scuola soffusa nei ricordi, a scrivere racconti. Senza trattenermi, ma nuotando tra le onde increspate di parole.
Dopo questo percorso, che da qualche anno mi ha riportato qui, in quest’isola in cui ho scelto di vivere oggi, il racconto e la poesia sono diventati la mia pioggia, dal momento che non riesco a distinguere le miliardi di gocce che ne fanno parte.
Senza cavilli, ogni storia nella vita mi scroscia addosso e penetra in fondo, rendendomi un’amalgama in cerca del proprio significato, della sua perpetrata verità.

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