Parole nude

Capita di vivere periodi da incubo, nella propria esistenza. Capita di viverli o semplicemente ricordarli. Ma il ricordo è presente, o meglio, si fa presente in maniera tale da superare di gran lunga il vissuto.

Soffro da anni di attacchi di panico. Precisamente dall’estate del 2005, anno in cui ebbi il mio primo attacco e di cui ho scritto anche un racconto sul mio blog http://daniellecuncu.wordpress.com/, dal titolo ‘lo sgomento’. Perché di sgomento si tratta, e nient’altro. Paura allo stato puro che ti lacera i pensieri, soffocando ogni possibilità per te, di essere presente. A dire il vero sparisci. Non esisti più. Non sai dove sei, e salvo incontrare chi capisce cosa ti stia accadendo, non sei in grado di spiegare dove sei finita. Perché ti senti conclusa, evasa. Sei convinta che non ci sarà un seguito allo spavento, questo ti porterà via, non si sa dove. Non ci sono certezze e luoghi sicuri dove farsi accarezzare e sentirsi dire che è tutto a posto, no. Non c’è niente. Un baratro infinito che ti spinge a stare accovacciata, come a proteggerti, ma da cosa non lo sai, perché tutto quel terrore è già dentro di te e non ci sono coperte che riusciranno a celarlo di fronte al tuo sguardo, o porte che potrai chiudere per non lasciare che possa passarvi attraverso, per lacerarti. Il mostro è già lì, dentro di te. E ti viene in mente che non hai possibilità di mandarlo via, se non mandando via te stessa, cercando di starti lontana, di non toccarti, di non esistere più. Almeno per un po’.

Ho tentato descrizioni appropriate di questi momenti sempiterni, altre volte, ma sempre qualcosa sfugge, non potrà mai esserci un modo adeguato e compito per dire cosa succede esattamente quando tu sparisci e l’orrore s’impossessa di te. Diventi tu, la paura. Paura che parla per te, di te. E provi sollievo, dopo, quando passa, ma anche un po’ d’imbarazzo.
Quest’estate, ho avuto un numero di attacchi di panico che non riesco neanche a quantificare. Si può fare una media di uno ogni due giorni, sommando i giorni con plurimi attacchi a quelli liberi. Una cosa impressionante. Perché non mi era mai successa prima d’ora.
Perché se è vero che l’estate me li scatena, questa è stata esageratamente devastante. Il caldo è cominciato presto, prestissimo. E non è mai passato. Fra un po’ calerà il sipario, eppure mi rimangono i frammenti conficcati nelle viscere, quelli che la mia anima si porta dentro da ere, di questa intera stagione bollente e soffocante. Solo un’intercalare acquoso mi ha dato respiro, nei bagni lunghi di ore. Come a voler ritrovare la mia emotività perduta, quella che ho leccato dal sale delle lacrime, a liberarmi di pianti che non sgorgavano da anni e anni di severa responsabilità. Chissà dov’era finita questa mia necessità di gemere, fosse anche di un illusorio nulla. Ora è tornata, nel mare in cui galleggio, nei miei stessi occhi, ovunque io voglia ascoltarmi per quella che sono, senza compromessi.

Acqua. Ho ignorato troppo questo elemento, con l’andare del tempo. Le emozioni soppresse, sottovuoto, altalenanti tra rabbia e incomprensione. Ma non è più tempo di vivere ottusi, senza il lume del sentimento. In un messaggio meditativo, ho percepito queste parole ”agisci col cuore”.

La paura, ha fatto il suo tempo.

”We shall not cease from exploration, and the end of all our exploring will be to arrive where we started and know the place for the first time”. (T.S. Eliot)

 ”Non smetteremo mai di esplorare, e alla fine di tutto il nostro esplorare ritorneremo al punto da cui siamo partiti e conosceremo quel posto per la prima volta”. (T.S. Eliot)

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