Piccole trasmutazioni quotidiane

Qualcosa mi sta accadendo, ultimamente. E’ da un po’ che l’impulso a scrivere è diminuito, come se levasse tempo al mio pensiero. Come se riuscire a decodificare il flusso delle idee in cui mi alieno, fosse ora un compito arduo. Al contrario di quello che più spesso mi succede. 

Da un po’ di tempo ho anche cominciato a meditare, da subito è stata un’esperienza appagante e liberatoria. Mi si sono rivelate all’istante alcune paure legate a un tempo lontano di vite. Paure presenti in me, e alle quali mi sottomettevo – talora mi capita ancora – involontariamente. Se mi assale (la paura), pensavo, non posso fare niente per fermarla.
L’estate non è una stagione in cui vivo bene. Fatico a trascrivermi, a darmi un ritmo. Vorrei abbandonarmi ma anche quello mi viene male, tentenno. Oscillo tra stralci di caldo afoso e fitte di panico improvviso. A volte, ho desiderato avere il tempo per potermi disegnare un rifugio. Ma non riesco a disegnare quando barcollo. Il pensiero trema almeno quanto la visione di quella che vorrei diventasse realtà accogliente, una culla.
Allora, raccolgo i pezzi del mio sgretolamento interiore, solo dopo essermi ritrovata per terra, smarrita.
E’ bello risvegliarsi, una piacevole sensazione di vita. Ogni volta è morire e rinascere. Ma costa fatica, dover sopportare lo tsunami che devasta le tue certezze.
Poi, mi dico che sono le certezze a creare le paure, e capisco ogni cosa. Capisco perché sia così semplice spazzarle via, come soffiare su un mucchio di sabbia, disperdendo i granelli.
So molte cose quando il pensiero smette di annaffiare se stesso con gli idiomi della consuetudine. Mi ritrovo, ovunque io sia.
Da poco, durante un momento meditativo, ho visto il mio corpo nudo svestirsi di una pellicola trasparente, di consistenza gelatinosa. ‘E’ la tua paura’, ho sentito. ‘Gurdala, l’hai gettata via, non esiste più. Continui a pensare di averla perché ti fai condizionare dal suo ricordo’.
La paura è un ricordo, mi ripeto a occhi aperti, una memoria illusoria che blocca la propria vita attuale. Ogni vita ne è karmicamente avvolta. Ognuno/a dovrebbe spogliarsi di quella muta invisibile.
Trasmutare.
Sarebbe come vedere la propria pelle per la prima volta, con una patina bagnata, come se si fosse appena usciti dall’acqua di un mare o un fiume o un lago. Qualsiasi specchio che rifletta l’immagine di se stessi, come ogni prima volta.
Vedersi, sentirsi, ascoltarsi. C’è molto altro oltre questo. Non si può scrivere, descrivere. La narrazione qui è comunicazione che viaggia su diverse frequenze. Non può essere compresa sul piano fisico. Non è più linguaggio, ma introspezione.
E’ necessario trasmutare.
Abbandonare la pellicola che ostruisce il passaggio dell’energia.
Questo è ciò che fa la paura. Ostruisce.

Liberarsi, liberarsi, liberarsi. Ovunque ci si trovi, questo è il senso di libertà.

La libertà è dentro ognuna/o di noi. Cercarla all’esterno non può che rafforzare l’oppressione. E’ come l’aria che respiriamo, la inspiriamo da fuori, ma poi la espiriamo, rimandandola all’esterno. Altrimenti soffocheremmo di quella stessa aria.

Ricominciare a scrivere è sempre piacevole. E’ anch’esso un atto di libertà. E condivisione. Le parole fluiscono e inseguono gli sconfinati spazi visuali, smettendo di essere teoria, mutando in energia vitale.
Sono piccole trasmutazioni quotidiane.

“Una parola muore appena detta: dice qualcuno. Io dico che solo in quel momento comincia a vivere”.

Emily Dickinson

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