Lucciole di vita sparse nell’universo

Da poco ho ricominciato a leggere un libro che avevo interrotto a metà, persa in altre cose da leggere, tra le nubi dell’inverno che diradandosi sopra uno spunto di primavera e l’altro, hanno lasciato spazio ai raggi del sole. Il libro, uno dei miei più attesi, s’intitola ‘Sacred Pleasure’, ‘il piacere è sacro’. La versione originale mi è stata regalata assieme ad altri due libri dell’autrice, Riane Eisler. Senza dilungarmi oltre sul libro, sul quale certamente tornerò prima o poi, volevo soffermarmi su un piccolo paragrafo dove la mia attenzione ha rallentato la presa per trattenersi pensierosa a ricordare e riflettere. L’argomento su cui ho indugiato non per difficoltà, ma per una sorta di richiamo ancestrale del mio interesse, è il ciclo mestruale. La sua venuta, la prima volta, il modo in cui viene vissuto dalle donne e gli uomini nelle società di tutto il mondo messe a confronto con le pochissime tribù in cui è vissuto in maniera completamente diversa, richiamando lontanissime esperienze di tempi e luoghi in cui il corpo della donna e tutto quello che in lei avviene, era considerato sacro e come tale veniva celebrato.

Nella tribù dei BaMbuti, quando una giovane ragazza comincia a sanguinare, accetta il suo sangue come un dono ed è grata alla vita per averglielo concesso. Invece di subire l’isolamento, metaforico e non, ‘dovuto’ al suo mestruo, la ragazza e le altre sue giovani amiche si recano in una casa speciale dove insieme apprendono le arti della maternità da parte di un’anziana parente.

Imparano sia a vivere come adulte, che a cantare le canzoni delle giovani donne.
Quindi, invece di essere la solita occasione per imprimere alle ragazze e al resto della comunità l’idea che le donne siano esseri inferiori, per le pigmee e i pigmei BaMbuti la prima mestruazione di una giovane donna significa aver ricevuto una benedizione, come dicono precisamente loro, ‘bedenedetta dalla luna’. Inoltre, questo evento viene celebrato con una festa che chiamano elima e dove giorno e notte si sentono le voci squillanti delle giovani donne che cantano insieme alla donna più anziana. E’ un momento di gioia e piacere, non solo per ogni singola donna, ma per la comunità intera. Dopo questa celebrazione, la ragazza accetta la sua mestruazione come parte naturale della vita piuttosto che, come accade nelle tribù androcratiche e quindi anche nella nostra società, un’occasione (l’ennesima) in cui le giovani donne vengono trattate come creature naturalmente inferiori, pericolose, e per questa ragione, maledette.

Questo paragrafo mi ha fatto riflettere su come io stessa ho vissuto un momento così importante della mia esistenza di donna. La cultura in cui sono cresciuta e che cerco di cambiare anche attraverso messaggi come questo, ha sempre fatto in modo che momenti come quello dell’arrivo delle mestruazioni fossero percepiti e vissuti in maniera quasi vergognosa. Ricordo che quando andai in bagno ignara di quello che stava accadendo al mio corpo, rimasi talmente scioccata dalla vista del sangue, che feci come se non fosse successo niente. Non ne parlai neanche con mia madre che è stata ed è tuttora una madre apertissima, una femminista, ma questo non ha impedito alla mia educazione e alla mia vita stessa di essere oscurate dalla cultura patriarcale e dominatrice, ben lontana da quella (ancora) idea di partnership a cui aspiro, e di fondamentale importanza in quest’epoca di trasformazione, per l’evoluzione della nostra esistenza. Ho poi avuto modo di parlare e condividere questa mia personale esperienza con altre giovani donne, amiche, che esprimevano le stesse perplessità. La verità è che questa nostra consapevolezza e inviolabilità ci è stata tolta e negata. E la ritroviamo in queste tribù che non avendo subito l’ondata ‘kurganica’ nel passato, hanno mantenuto viva la celebrazione e sacralità proprie della vita, oltre che della morte. Vita di cui le mestruazioni sono, sia simbolicamente che concretamente, una parte essenziale.

Se quel sangue che viene percepito in maniera così sbagliata, come un’onta, e che pertanto dev’essere lavato via, fosse invece celebrato per quello che è, i fardelli sanguinolenti che noi donne ci portiamo addosso anche e soprattutto a partire da quel momento, sarebbero quello che sono, lucciole di vita sparse nell’universo, a dimostrazione del fatto che il sangue non è solo pena e dolore fine a se stesso, ma liquido dinamico che scorre ardente nei corpi esuberanti di questi esseri liberi e creativi che sono, in realtà, le donne.

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