Mi rinnovo in visioni di voce

Capita a volte di scordarsi di sé. Capita di fare, andare, trovare, vivere senza ascoltarsi troppo. Capita spesso a molte/i, e anche a me talvolta succede. Allora, durante il trapasso onirico, tra una frase sconnessa e annebbiata e l’altra, mi sovvengo, rinvengo e rivivo nuovamente. Il pensiero accompagna il sogno, sussurra i volti di chi mi circonda, rivedo le cose, quelle che nel tran tran quotidiano spesso perdo e dove mi perdo. Recupero il risaputo che mi appartiene, che ho conservato minuziosamente nella memoria e che mi da conforto. Del quale so cosa tenere e cosa scartare. Posso scegliere. Devo scegliere. Per la mia felicità metterò in atto le preferenze che meno mi faranno soffrire, quelle che più morbide stringerò a me, come coperte tra le gambe, la testa sul cuscino, nella posizione adeguata al mio godimento notturno, visionario. Mi riassesto dalla giornata, dalle virgole che sembravano punti quando poi sono diventati punti e virgola. Le esclamazioni, il cuore che batte veloce i perché sulla gola affamata. E intanto mi evito, guardo altro, altrove. Lo so che poi mi rivedrò in sogno, a nuotare tra le dune del mare che non mente e dove i pesci sono conchiglie, occhi di spirali che guardano all’infinito. E per forza mi scorgo, assesto il mio corpo, le lenzuola si sbriciolano nelle parole colorate che sento. E’ la mia voce, immagino. Ora è scandita, l’udito oltrepassa l’orecchio e il tappo che lo ostruisce. Grida forte, è amplificata, pigmentata. Non posso fermarla, non sono capace, il controllo qui è un vocabolo muto. Sono sicura di riuscire a camminare, spostarmi un po’, andare un passo più avanti di così. La mattina avrà ‘l’oro in bocca’, quello che luccica sui davanzali sbiaditi dal tempo, metallo prezioso che non arrugginisce mai. Invece devo aspettare, la voce s’insinua e mi scuote. Ma non mi muovo, devo affrontarla prima di proseguire. ”Hai avuto sete”? Mi chiede. Tanta, ho leccato le labbra sperando servisse a qualcosa,  si sono essicate di più. Non è facile idratarsi le ferite. Curarsi sembra blasfemo, un insulto a questa cultura fatta di abnegazione.

Ieri ho visto un uomo vecchio e non sono riuscita a incrociare il suo sguardo. Era lontano, gli occhi piccoli e accecati dall’ego. Ho preteso da me stessa di non avere mai quegli occhi esanimi. E mentre l’ho fatto, mi hanno guardato ingarbugliati in ciglia fittissime, fiumi scoscesi affamati di terra, come labbra aride e agognanti acqua. Non ho avuto paura, avevo solo tanto sonno. Il sole è ebbro di raggi anche oggi, ma è un altro ieri quello che ho vissuto.

La distanza si misura in cantilene notturne, terre slegate che si approcciano tra un giorno e l’altro, dove la voce trova il suono dilungandosi sul ricordo che svanisce in una giornata vissuta al passato, e poi scalcia, nascitura del giorno che verrà.


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