Singhiozzando sulla vita e la morte

Mio nonno è ancora vivo, chissà per quanto tempo. Gli auguro di andarsene presto, prestissimo. Ultimamente sento di nonni e nonne che vanno via all’improvviso, altri/e dopo lunghe agonie, che poi finiscono. La sua agonia continua e io non vado più a guardare il suo corpo costretto a respirare.

Non lo guardo da anni, a dire il vero. Da quando aveva cominciato a diventarmi antipatico, con la sua aria severa, di chi ha qualcosa da dirti ma non te la dice, te la suggerisce solo con lo sguardo fisso. Mio nonno è ancora vivo, e io ho provato a farlo morire con il mio pensiero, perdonando i suoi sguardi pesanti, ma non è stato sufficiente, l’ossigeno lo segue ovunque e lui è costretto a vivere. Costretto, se vedeste il suo corpo ve ne rendereste conto, io stessa non lo guardo da un po’, da quando mi sono rifiutata di andarlo a trovare. E’ un corpo privo di vita, che non si muove, rimane dove lo si mette, ingoia il cibo per inerzia, l’acqua gli scivola in gola diventando arida nel suo organismo stanco.

Dicono che ha un buon cuore e un corpo che funziona. Strano, penso io, un corpo che funzioni davvero si muove, si esprime, dice sì, dice no in qualsiasi modo riesca a farlo. Lui non dice, gli altri lo fanno per lui. Chissà a cosa pensa. Perché il pensiero è la sua volontà, e di questo sono sicura. Chissà quanto desiderio serba in sé di oltrpassare quel fisico che ormai gli sta stretto, per partire lontano e rinascere, chissà dove, chissà come. Stretto in quella stanza obbligata da un soffitto sempre uguale a se stesso, compiuto. Ché il viaggio qui si è concluso, e questo è nell’evidenza delle sue membra ormai secche di vita.

In un altro modello di società, la sanità gli avrebbe addolcito il trapasso con una puntura, una puntura d’amore e di pietà. La stessa di cui qui non si può parlare che se lo fai sembri un’eretica a farlo. E in effetti è così, sono eretica dei luoghi comuni, dell’ipocrisia, dell’amore che non è amore. Beh, di quella puntura io vorrei morire mille volte se mi dovesse capitare di arrivare a essere così indifesa. A qualsiasi età. Mio nonno è vecchio, è vero, ma non è questo il suo problema. Ci sono vecchi che rispondono e lo fanno fino alla fine. Lui no. Talvolta parla, mi dicono. Ma non si è capito di cosa. E non ha mai detto che è bello essere così costretti nel corpo, chiusi e soffocati dall’ossigeno. Perché la vita è il respiro della propria coscienza, e quando smette di fiatare con insistenza, significa che non ha più niente da raccontare. Il resto, per me, è un palcoscenico di apparenze.

No, non sto esprimendo me stessa su una cosa che non conosco, poiché tutte/i conosciamo la libertà, anche e specialmente quando non l’abbiamo mai avuta o l’abbiamo persa.  Figurarsi quando ce l’abbiamo.

Si chiama autodeterminazione e ha valore su ogni cosa. Non è il nome di un cassetto, il cassetto dell’autodeterminazione, che vale solo per certe cose ivi riposte della vita. Ma conta per ogni respiro che compiamo o smettiamo di compiere. Ogni singhiozzo che ci sussulta in gola è un monito che asserisce di non patire, mai.

E allora nonno, prendimi un po’ come se fossi il tuo singhiozzo, lascia che ti dia fastidio un’ultima volta, e grazie a questo fastidio ti sveglierai e capirai che è ora di andare, è ora di morire.

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