Frammenti di sogno su poltrone di pietra

Qualche settimana fa, mi è capitato di sognare la casa dove ho abitato per anni a partire dall’infanzia fino all’età adulta, in particolar modo ho in mente la zona tra il salotto e la cucina, quella che poi dava al giardino posteriore, in cui vedo di fronte a me due poltrone francesi, simili a quelle che c’erano in casa, ma non di stoffa com’erano queste ultime, bensì di pietra.
Fin da quando ero bambina, sono sempre stata affascinata dalla visione dei miei sogni, di cui ho ricordi che risalgono a quando avevo sì e no tre anni. E chissà, forse anche prima. Uno di questi, indimenticabile, ha memoria di quando mio fratello era nella pancia di mia madre, perciò potrei anche non avere compiuto i tre anni, quando ho fatto questo sogno. Lo ricollego a quel periodo, ricordo l’appartamento dove vivevo e la poltrona che allora sognai, che era una poltrona di quella casa, e che non portammo via durante il trasloco, perché nell’abitazione successiva non c’era. Ricordo di aver sognato di essere appesa a questa poltrona di pelle marrone e con un design anni settanta. Sotto di me c’è il vuoto intervallato da infinite montagne appuntite. Io, sfinita e sospesa a un lembo di poltrona, non riesco più a tenermi e lucidamente (come racconta Alejandro Jodorowsky nel suo libro ‘psicomagia’) mi lascio cadere mentre sento rimbombare nella testa le parole ‘lasciati andare, è solo un sogno’. Un sogno lucido, uno di quelli in cui riesci a capire che stai sognando e dove prendi una decisione che cambia le sorti del sogno. In questo caso, non avevo cambiato lo scenario, avrei potuto farlo, semplicemente ero uscita dal sogno nella maniera più dolce, senza averne paura, senza sentirmi sopraffatta dal vuoto. Ho colmato quel vuoto con un risveglio. Probabilmente, il vuoto non era tale, ma ero io che gli davo quella connotazione, senza poter spiegare il perché a livello conscio.
Un altro sogno che ricordo bene, uno di quelli ricorrenti specialmente durante l’età infantile e adolescenziale, è il mio volo. Io volo e lo faccio in principio saltellando sul terreno (che nel sogno mi appare come il piazzale di casa o dell’albergo in cui sono cresciuta) ed è come se quest’ultimo fosse morbido, la sua consistenza molle mi da’ una spinta, come se fossi sopra una rete. E da lì balzo sempre più in alto per poi arrivare a una certa quota nella quale mi stabilizzo. E’ facile, ed è naturale. La sensazione è estasiante, ma allo stesso tempo mi trovo a mio agio, come se fossi nata per volare. Non ho paura dell’aria, del vuoto, mi ci ritrovo perfettamente.
Ma cos’è il sogno? Nel mio vagare con la mente, ho cercato spesso risposte attraverso i miei sogni. L’elemento onirico del quale siamo composti è, secondo me, la sostanza più importante di cui disponiamo durante il passaggio in questa dimensione. Il fatto è che in questo momento particolarmente tragico dell’esistenza umana, il sogno non viene preso in considerazione, viene rimosso, svalutato, annientato. Il dormire e quindi ‘sognare’ sono considerate caratteristiche improduttive, in un mondo in cui vige il patriarcato dominatore e violento, il quale si colloca esclusivamente sopra un’inciviltà del guadagno materiale personale a discapito di tutto il resto.
La parola sogno viene dal greco ‘enupnion’ che significa letteralmente ‘nel sonno’. Negli antichi culti della terra, le sacerdotesse della Dea Madre cadevano nel sonno incubatorio per entrare in contatto con la Dea, riceverne energia e comunicazioni occulte. Nel mondo antico è ricorrente l’immagine della trance e del sonno delle sacerdotesse. In Sardegna, la terra in cui sono nata e vivo, molto probabilmente questo accadeva anche all’interno delle Domus de Janas (case delle fate), le quali potrebbero essere state utilizzate per i riti dell’incubazione sacra. Inoltre, nella loro forma di grembo materno, accoglievano i defunti che venivano disposti in posizione fetale, ivi collocati verso la rinascita. Il ciclo vitale comprende in quest’ordine di idee la nascita, la morte e la rinascita. In questo senso, il sogno, si ricollega facilmente alla dimensione non corporea dell’essere, di trasformazione e rinascita, la stessa dimensione che probabilmente andiamo a (ri)scoprire quando passiamo dalla vita che vediamo e riconosciamo, quella che stiamo vivendo all’interno del nostro corpo (ego), a quella che riteniamo essere altrove -in realtà, io credo sia parallela-, in una dimensione cosmica che ci attende e da cui probabilmente attingiamo informazioni, che spesso tralasciamo, proprio durante il sogno. Ho letto poi da qualche parte, e l’ho trovato interessante, che nel gergo esoterico il sogno si può suddividere in sogno d’acqua e sogno di fuoco. Il sogno d’acqua, per semplificare, è pura attività onirica, espressione dei moti dell’ego e del suo inconscio definito in gergo alchemico come acqua. Mentre i sogni di fuoco sono vere e proprie comunicazioni del divino e derivano dalla ghiandola pineale che riceve segnali dall’essere in luce che è in noi. La ghiandola pineale prende il nome dalla pigna di cui ha la forma. Viene chiamata anche terzo occhio. Ma di questa parlerò meglio in un altro post.

Il sogno siffatto si mostra come il collante che associa, attraverso un linguaggio più o meno criptato, a seconda di quello che vuole significare, le esperienze assimilate nei vari livelli dell’esistenza. Una matrice da cui scaturisce la materia e nella quale si riversa, e di cui si percepisce realmente la forma solo attraverso il riscatto dal proprio corpo.

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