Corpi pensanti


A proposito di vita, voglio parlare dell’aborto. E sì, perché da donna mi tocca. Perché il mio è un corpo sveglio, attivo, che non tace. Non smette di emettere suoni mai, neanche quando dorme. Perché il corpo mi parla di traverso la sua pelle, ricoprendo i suoi organi, sgusciando fuori dal suo utero, il mio. Qui, in questa vita, in questo momento, mi appartiene. Ce l’ho in custodia. Sono io che me ne prendo cura, che lo conosco millimetro per millimetro. Io so cosa vuole e cosa no. E lo so attraverso la sua voce che mi parla di me, organicamente. Non c’è niente che io e il mio corpo ci nascondiamo, non potremmo. Troppo sensibili, troppo vigili entrambi, per mentirci.

Anche oggi, sfogliando tra gli argomenti sul web, molti articoli titolavano sull’aborto. Donne che stanno avendo problemi nel riuscire ad abortire tranquillamente. A prendere la pillola del giorno dopo, tranquillamente. Poi ancora, donne che si recano ad abortire e vengono assalite da quelli del movimento ‘per la vita’ che una blogger definisce perfettamente come ‘zombie che hanno un unico pensiero’, quello di volere entrare nelle vite delle altre (perché per forza di altre si tratta, qui) e volerle mangiare ossessivamente.

Ma da dove nasce questa ossessione? Del resto, gli zombi saranno stati umani, un tempo. Il pensiero cattolico (ma non è l’unico) inquadra bene questa beatitudine mortifera, osannazione dell’incorporeo. Con una disumanità infarcita di pietas cristiana e giudizio divino. Pietà per il povero o la povera che ancora non esistono e per questo sono ritenuti sacri (perché volontà assoluta di dio) e a cui la società vuole già così bene, tanto da preoccuparsene ferocemente. Giudizio divino che come un giogo stringe in una colpa atavica l’intero genere femminile umano.
Del resto il signor papa Ratzinger definisce l’aborto come un omicidio legalizzato. E già, perché si sa, le donne sono tutte possibili assassine, quante di noi, d’altro canto, per un motivo o per l’altro, non hanno ‘commesso un aborto’?
E allora basta, ma davvero. Al principio di una nuova era, che si cominci a smontare pezzo per pezzo l’orrenda carneficina umana che la chiesa, e l’androcrazia in genere, portano avanti anche (e di sicuro non ‘solo’) in discorsi malati contro l’umanità, specie quella femminile. Ma soprattutto, che le donne integramente, anche quelle che non hanno mai abortito e che pensano non lo farebbero mai, si uniscano in un cerchio, uno di quei cerchi di cui parla con lucida propensione Jean Shinoda Bolen, nel suo esortante e profetico libro ‘saranno le donne a salvare la madre terra’.
Perché ogni corpo di donna è umano pensante, amante, accorto. Non possiamo lasciare che siano la religione, la società, la colpa che ci ha instillato il patriarcato, a decidere al nostro posto, altrimenti questa terra morirà prestissimo e ancor prima lo faremo noi donne. Anzi, siamo già morte senza il nostro discernimento, la nostra vita fra le mani.

Tra l’altro, si parla sempre di scarsa natalità o stupidaggini di questo tipo. Quasi mai una parola spesa sul sovraffolamento terrestre. Sempre troppo poche parole sui nati per forza perché così dev’essere, contro ogni volere di chi li ha tenuti in grembo e partoriti. Mai degnata di uno sguardo quella parola scolpita sui corpi delle donne che non hanno scelto di essere gravide. Perché la gravidanza è una scelta. E non è la gravidanza a scegliere la donna, come il dio padre onnipotente vuol far credere attraverso i suoi fedeli in terra, ma la donna a comporre la sua frase, con virgole, parentesi, punti e a capo.

Di sicuro mi sono ripetuta e ho espressamente ribadito le parole di altre, ma è così che voglio che sia in questo post. Voglio che sia una ripetizione, di una parola appresso all’altra e che calpestandole queste ultime diventino frasi, grida, persone, corpi rossi in cui scorre nelle vene il sangue, in cui batte forte il cuore. I corpi delle donne che con le loro orme lasciano un’impronta. Inconfondibile.

L’aborto è una delle impronte che le donne disegnano col proprio corpo. Una scelta individuale. Un diritto alla vita di chi la compie.

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