Al di là del film (di Terrence Malick) ‘The Tree of Life’

Era da un po’ di tempo che non affittavo un dvd. Ieri, entrata in videoteca, ‘The Tree of Life’ era lì di fronte a me, ‘questo è il film che voglio guardare oggi’.
Vado al cinema spesso, ma di rado trovo un film che mi arrivi in profondità. In immagini lontane, di ombre a testa in giù, animali al microscopio, organismi viventi. E poi di morte, si potrebbe pensare ‘che banale’, eppure ben dipinta, come siamo soliti vederla qui, in questa vita e in questo mo(n)do. Il rumore sordo, il silenzio gridante, una parte di te che forse svanisce, non la senti più. E la senti comunque, la morte, anche quando sembra distante, perché sai che arriverà, che è una porzione importante, come la nascita. Ma, può sembrare strano, messo da parte questo traslato emotivo forte, il mio discorso intimo è un altro. Forse questa lettura del film che mi accingo a scrivere non c’entra niente col film stesso, probabilmente non ne fa parte, almeno non nella misura estetica, piuttosto in quella estatica, di rapimento inconscio. E si snoda in fondo alla narrazione di una famiglia americana con madre, padre, e tre figli maschi, negli anni ’50. Uno dei figli morirà (lo squarcio iniziale) per spiegare nel film il suo ciclo vitale. Il quale si esplica nell’interiorizzazione di quella che è l’impronta sociale e religiosa del mondo in cui vivono i personaggi (e il regista stesso). Ogni cosa, non è un caso o natura, ogni cosa è sociale. Sovrastruttura. L’incipit del film dice che la natura è dominante, mentre la grazia è amore, perdono, condivisione. Laddove l’uomo, padre, emula la natura perché incapace di fronte a essa, la donna, madre, ne ritrae la grazia, la bellezza amorevole. L’uomo domina come il dio che mette al centro del suo cielo, plasma la vita dei figli, la costringe a un’esistenza chiusa, decisa. La madre la guarda crescere, la educa all’amore, libera tra le sue foglie. E si dipana tra i rami dell’albero, prendendo diverse forme e direzioni. La madre non pone confini, la madre è natura vera, indole, perchè non decide, lascia che ogni essere si autodetermini nella sua sostanza.
Ed è da queste fonti che ho percepito le mie sensazioni, dal dio padre malato di egoismo e possessivo, violento e gerarchico, alla dea madre libera e naturale, autentica, che nel dolore per la morte del figlio si apre su un cielo, in un’inquadratura tra altre due giovani dee, e dice qualcosa come mio figlio ora lo do a te. Penso, perché è entita che diluisce e addensa nell’utero cosmico. Materno. Dal quale nasce e nel quale muore. E rinasce.
E qui si capovolgono i significati previsti dal copione, ed emerge che dove dio è cielo (e basta), ogni singola parte del primordiale universale è dea. Oltre il cielo, lo scoperto. E’ esistenza. E’ scomparsa. Trasmutazione.
Benché il regista quasi sicuramente non intuisse di parlare anche attraverso un linguaggio così eclissato, al di là delle immagini spettacolari e collettivamente visive della sua opera cinematografica, questo sapere, che è connaturato all’albero della vita, è affiorato con la sua voce (e dentro le mie orecchie) estirpando ancora una volta i dogmi patriarcali e cristiani, per radicare le sue radici sempreverdi di vita.

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