Il tocco istintivo della creatività

Negli ultimi giorni di questa settimana, sono stata influenzata e ho passato molto tempo in pigiama, a casa. A letto sono stata poco, solo durante la lettura del libro che sto rileggendo, la biografia di Anne Sexton, per il resto ho passato la maggior parte del mio tempo al computer. Mi sono divertita a scrivere i primi articoli del mio ‘brand new blog’ e ho ‘surfato’ un po’ ovunque nel web. Inoltre, ho dato ancora spazio alla mia creatività ricominciando a scrivere il mio quinto racconto. La mia attività onirica, già intensa di per sé, in questi giorni si è triplicata riempendomi la mente d’immagini molto utili al lavoro creativo. In effetti, ho ragionato parecchio, su cosa sia realmente la creatività. A dispetto di quanto si dica al suo riguardo, specialmente ai giorni nostri, sono convinta che essa sia una trama inconscia da definire e che nulla abbia a che fare con il rigore logico e la produttività. In tempi di marketing, dove l’immagine e l’irreale che ne deriva, hanno un’influenza destrutturante sugli individui, definire creativo lo standard proficuo nel quale più o meno tutti si rispecchiano allo stesso modo, è un’astrazione che nella realtà risulta essere piuttosto violenta. Perché s’impone e si appropria dell’immaginazione altrui, facendola passare per qualcosa che nasce dall’interno per volgere all’esterno -in maniera inspiegabile e collettivamente magica- quando il processo che avviene è esattamente l’opposto. Sono le immagini e i loro slogan a impossessarsi di noi, non il contrario.
Allora, diciamolo, cosa è veramente la creatività? O almeno lo dico io, secondo la mia opinione, che è già qualcosa. Perché se a un colloquio di lavoro mi chiedono se sono creativa per rispondere al telefono e promuovere pacchetti a buon prezzo, rispondo che sì sono creativa, perché scrivo. E non scrivo per fare pubblicità, né di cose che tutti/e dovranno elogiare o nelle quali si ritroveranno sicuramente. Scrivo di me. Senza mettermi in vendita, senza dare un prezzo alle mie parole, semplicemente perché queste non hanno un valore commerciale. Ovvio, se scrivi, per esempio, poi a volte ti pubblicano i libri e allora sì, verrà applicato un prezzo su quel libro scritto da te. Ma il valore di quel prezzo non esiste, laddove le parole sono reali e non inventate ad hoc per vendere il libro, o meglio, per venderti tu. E cosa è reale, nel mondo delle rappresentazioni acquisite? I sogni lo sono. Emozioni primigenie che ci dondoliamo dentro e alle quali raramente diamo uno sguardo. Se non mai. Creatività, è sapere osservare i propri sogni, senza vergogna. E’ guardare la nostra identità seduta e porgerle la mano per farla alzare in piedi, ritta sul mondo, col mondo. E’ riuscire a togliere di mezzo la nostra palizzata d’invenzioni per far muovere i nostri deliri in spazi illimitati, non rinchiudendoli in piccoli sgabuzzini della mente per fissarli e dimenticarli, chiusi a chiave per sempre. E hai voglia di definirti creativa/o, quando quello che crei non è la manifestazione immediata della tua entità, ma un insieme impacciato di messaggi subliminali assimilati e rielaborati nel tritacarne del tuo io. Come dire, una copia della copia della copia, di non si sa nemmeno cosa. Per carità, gli spunti che il mondo offre sono tanti, anche per approfondire il discorso con se stessi, però a un certo punto la differenza si deve sentire, si deve toccare. Non la differenza che sta nei vari modi di sapersi adattare, ma in quella dell’essere. Esseri creativi.

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