Il linguaggio parla male e il mondo gira peggio

Ho appena fatto un giro sulla mia home page di facebook, e scorrendo le notizie, mi sono soffermata qua e là su quelle che più hanno attratto la mia attenzione. Devo dire che alcune cose che leggo mi fanno venire l’impulso di scrivere di getto un commento, una frase che dica a chi ha scritto sopra «ma come parli»? Ma come scrivi, anche. Ma come scrivi di questo e di quello, ti fai il fegato amaro per un mondo che detesti, ti rendi conto che le parole non bastano e forse ti si aggroviglia anche un po’ lo stomaco per quello che vedi, senti, leggi e vivi sulla tua pelle, di quello che accade nel mondo in te e intorno a te. Già, eppure, in questo sproloquio emotivo cui segue la denuncia di un accaduto, non si ha l’abilità poi, di fare delle analisi approfondite delle cose e si torna sempre al solito mo(n)do di parlarne e di cercare soluzioni nelle mani degli uomini. Gli uomini qui, gli uomini lì, citazioni a base di uomini, grandi e piccoli, morti e vivi, maschi e basta. Senza alcuna tendenza a cambiare direzione, gli uomini rimangono il fulcro di una società decaduta perché morta già in principio, protagonisti cattivi ma anche buoni -i cosiddetti eroi-, di un destino scritto da loro, affinché la loro onnipresenza non lasci spazio ad altre. Le donne di cui tanto si parla (e ne parlano sia loro stesse che gli uomini), ma in cui le parole non si muovono oltre il tracciato della loro stesura riservata e del loro clamore momentaneo. Parole ferme, dunque. E a cosa servono le parole, se non a lacerare i fogli entro i quali sono scritte, a spaccare i muri dentro i quali sono dette per prendere forma, per diventare una realtà su cui camminare, un mondo che ruota? Se non fosse per i blogs, i siti, le pagine facebook, twitter che parlano esplicitamente di femminismo e a cui mi sono iscritta, con la quale ho stretto amicizia, che seguo e nelle cui parole affondo il mio cuore apertamente per condividere pensieri, opinioni, idee, inversioni di tendenza, da quello che leggo su internet, anche tra i miei contatti, non percepisco una reale volontà di cambiamento. Proprio perché le parole che leggo girano intorno a se stesse come la cultura patriarcale che le ha enunciate, per tornare sempre lì, per sgocciolare i suoi orrori fino alla fine e daccapo (sempre che non esploda tutto prima). E allora, mi chiedo a cosa servano i desideri per un mondo migliore, diverso, i lamenti e le grida, se le parole non oltrepassano gli ostacoli che questa cultura androcratica ha imposto e tuttora impone. Io donna, posso davvero parlare di grandi uomini, di eroi che mi salveranno? Di un mondo migliore per gli uomini, tutti gli uomini, dimenticando dove sono io perché inclusa in quel ‘tutti gli uomini’? Facendo finta di non esistere? E quale sarebbe il mondo migliore, se finora gli uomini sono stati e sono gli interpreti principali di questo resoconto catastrofico di cui siamo solo gli ultimi frammenti? No, non mi piace, non ci sto, voglio altro. Voglio me, innanzitutto, ché non sono nata per non esistere, voglio le mie sorelle con me, ovvero le altre donne, genitrici di vita e che sanno certamente più degli uomini cosa occorre per tirare su le sorti di un mondo ormai agonizzante.

Se il linguaggio non fosse direttamente correlato alla cultura che ne fa il suo personale uso conservandolo, questo articolo non avrebbe senso, perché sarebbe un abbaglio. Le espressioni usate da molte e molti sarebbero state prese per ‘buone’ anche nella loro confusione e nel loro carente proponimento. Ma il linguaggio è espressione univoca di quello che accade nella realtà, e se le parole tornano sempre lì, rivelazioni esemplari dell’assetto acquisito che rappresentano, significa che quel linguaggio ha dato i risultati che desiderava, esiliando le donne nel soffuso di un mondo lessicale raffigurato, e quindi vissuto e morto, solo al maschile.


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