Del cuore impresso – vagabondando consapevolmente -.

Bello quando ti svegli la mattina e ti accorgi che è già il 5 di agosto (nel frattempo 6!). L’estate è piena, ma scivola inesorabilmente verso l’autunno. Per chi come me ama le stagioni fresche o fredde, non può che essere una sensazione dolce. E pazienza se il caldo in questi giorni si fa sentire, può solo provocarmi un po’ di nervosismo temporaneo, ché in questo corpo così umano si trasforma in piccoli momenti di autentica ira.

E va bene, succede. Capita poi, che proprio nel giorno meno indicato, hai a che fare con le persone sbagliate al momento sbagliato. E allora ogni cosa ti scivola dalle mani, come se non avessi più presa. Le parole stizzite degli altri ti pungono, e sebbene sappia dentro di te che sono solo timidi vocaboli aridi che nemmeno hanno l’audacia di guardarti in faccia, ci rimani male. Vorresti sfoderare il tuo peggior repertorio di sempre, ormai quasi rimosso, ti rendi conto che la serenità che raggiungi durante gli stati meditativi è turbata, e che non è facile lasciare andare.

Eppure, superata la fase iniziale – quella in cui il tuo cuore palpita forte e ti piacerebbe inibire la scena e cambiarla, o trasformarla direttamente, senza fermarla, lasciarla evolvere nel più bello dei mondi mai visti, nella pace più assoluta, tra colori e odori di ogni genere – tutto torna nuovamente a tacere. Ti accorgi che quei momenti di connessione profonda con il tuo sé, sono importanti e ti riportano velocemente a un livello che oltrepassa qualsiasi banale incomprensione.

Ché di malintesi ne accadono spesso, ma è il saper andare oltre, attraversarli come il fiume tra una sponda e l’altra, che lenisce ogni piccolo dolore. E allora ci si sente leggeri, come aria che volteggia, luce che viaggia veloce per le galassie interminabili del Cosmo.

Ti accorgi sempre di più e in maniera precoce, di quanto piccole siano queste incomprensioni, di fronte all’infinito. E le lasci lì, sopra quel niente in cui le hai trovate, nelle frustrazioni delle relazioni umane, che spesso di umano hanno poco. Chiunque può avvalersi delle proprie ragioni a questo mondo, persino la persona che meno ne avrebbe ‘diritto’. E potrà morire infinite volte su ragioni e questioni che ritiene essere ‘giuste’. Ma è proprio chi si blocca sul principio indissolubile di ‘una ragione giusta e di diritto’ che tralascia l’umanità di questa vita.

Perché umanità non è una parola a caso, o dall’accezione politica, come molti, troppi, credono. Umanità è amore, comprensione, riflessione al di là delle ‘proprie ragioni’. Si identifica con il rispetto per gli altri per come sono, non per come una società composta da famiglie, amici, conoscenti o altro, vorrebbe che fossero. C’è poi chi pensa che il rispetto sia dovuto a chi è più anziano, più malato, più povero o altro. Ma il rispetto è umanità. E se chi è più anziano, malato o altro pretende rispetto da chi intende solo prevaricare, sappia solo questo, che non ha imparato molto. Non ha imparato l’amore, e quindi a vivere umanamente. La veste che scegliamo per queste vite che conduciamo, non può, per quanto faticoso possa essere a volte indossarla, diventare una scusa per la disumanità. Per l’orgoglio cretino su cui taluni costruiscono un’intera vita. E non dovrebbe mai portarci a dimenticare il linguaggio universale del Cuore.1932387_10202288790414562_1343428350_n

Usare questo linguaggio significa guardarsi dentro prima di puntare il dito sugli altri. Fare un passo indietro. Mandare messaggi positivi, nonostante tutto. Nonostante i dissapori, i conflitti, più o meno grandi, e che si basano sulle stesse incertezze. Hanno voglia coloro che credono di essere contrari alla guerra mentre incitano all’odio e sfoggiano le intenzioni peggiori verso popoli piuttosto che altri, di parlare di pace. Stolti che non si accorgono di essere parte responsabile di una mentalità guerrafondaia, fondata sul contrasto, sull’essere da una parte o dall’altra. Come se ci fossero una parte buona e una cattiva, come se l’umanità non fosse una sola.

E via dicendo, la vita sarebbe un ritmo continuo, e quasi sempre lo è, di bombe e cannoni, collisioni che ruotano attorno a ragioni presunte e incomprensioni. Sarebbe, perché basta fermarsi un momento per capire che se si vuole, non è così.

Basta ascoltare il ritmo continuo del proprio cuore per rendersi conto che niente e nessuno decide per noi, i nostri conflitti, le nostre guerre piccole o grandi. Siamo noi a decidere, sempre. Forse è questa la parte che fa più paura, e che meno vorremmo ascoltare, sapere che la responsabilità inizia e finisce dentro ognuno di noi. Che l’incapacità di comprendere non dipende da una sola parte, gli atteggiamenti sono riflessi, specchi, e nessuno è realmente vittima o carnefice. Ognuno è quello che ha scelto di essere.

Ho divagato, ma neanche troppo, come si fa quando tipicamente le corde del cuore vengono smosse, da sentimenti contrastanti, umanità che si affrontano e si confrontano su livelli diversi, come diversa è la lettura che poi ognuno ne trae. Poco importa. L’essenziale è imparare e non rendere vano l’accaduto, ma altrettanto importante è lasciarlo alle spalle.

In quel passato che non esiste più, ma che ha avuto il coraggio di essere diverso, di crescere.

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Di colori e dolori dischiusi e diluiti.

Non scrivo su questo blog da ere. Perché il tempo comunemente riconosciuto in questa dimensione, non è il tempo reale, no. Perché il tempo non è affatto, a dire il vero. Cosa sono quasi due mesi? E chi lo sa? Posso solo ricordare gli eventi che ho vissuto da due mesi a questa parte, il colore delle emozioni e dei pensieri che ho dipinto su tele e tele di vita consumata.

E proprio questi colori che mi abbagliano a tutte le ore del giorno e della notte, accompagnano il post che in questo momento ho deciso di scrivere. Poiché di circostanze ne ho vissuto tante, alcune davvero belle, altre un po’ meno, ma la vita ancora la viviamo così, trasportati dagli alti e bassi della marea karmica, alla ricerca, a volte, di una svolta che ponga fine a questo groviglio infinito di rapporti che vanno e vengono, picchi di felicità e dolore, amore e odio. Ma per quanto mi riguarda, l’odio non è che un fastidio, non lo contemplo in quanto risentimento, piuttosto come una ferita. Che spesso eccede in attacchi di panico incontrollabili, follie frammentate in giornate anche belle che imprevedibilmente si destano in scorci notturni inquietanti, impenetrabili.

Ho letto tantissimo su questi attacchi, ma più che altro, ho ascoltato la voce dentro di me. So che niente di ciò che accade è casuale, un cambiamento energetico forte è in atto da qualche anno, e io faccio parte di quel gruppo di anime che ne risente in maniera particolare, turbata da inattese scariche energetiche.

Questo mi accade spesso, ma le persone con le quali riesco a parlarne meglio, forse le più consapevoli, mi dicono che spariranno e che è un momento attraverso il quale tanti sono dovuti passare. Eppure ora, in questi giorni di tristezza palpabile, quando le lacrime hanno asciugato gli occhi e mi sveglio all’improvviso durante la notte col cuore in gola, sento il bisogno di lasciar parlare questo cuore che batte all’impazzata.IMG_8878

Ed è qui, sopra questo cuore, che mi ricollego al motivo scatenante di questo post. Un amico caro, un fratello, perché tale lo ritenevo, è andato via qualche giorno fa, è tornato a casa. A casa, nell’Universo, lo Spazio Infinito di cui facciamo parte tutti, pure quelli che non lo ricordano. E poco importa se c’è chi crede o meno a questa faccenda, non è questo il punto. Il punto è che su questa dimensione tridimensionale e densa siamo tutti alquanto spaventati e lontani gli uni dagli altri. E prima ancora lo siamo da noi stessi, tanto è che quando pensiamo di lasciare -noi e gli altri- questa Terra per andare su altre lande qui invisibili ai più, abbiamo (mi ci metto anch’io, ché con tutta la consapevolezza che ho riguardo al dopo morte, provo sempre un gran dolore quando questa accade) la sensazione terrificante che ogni cosa si concluda per sempre e che le perdite dei cari siano definitive.

Non è così, e non è retorica la mia. La sofferenza che sto provando è reale quanto quella di chi non crede in nulla o lo fa attraverso il dogma di una religione. Le lacrime, ma prima ancora la sensazione di un fulmineo sbandamento accompagnato da un senso di nausea e vertigine, hanno scosso il mio corpo terreno esattamente com’è accaduto a chi non ha questa certezza che un dopo ci sia (così come un prima), ma non nel senso religioso del termine. La religione è solo un’istituzione terrena come un’altra.

Soffro, perché un amico d’infanzia, il fratello d’anima di mio fratello, è andato via. L’amico di sempre, la persona che poteva piombare a qualsiasi ora a casa tua e dipingerti un quadretto colorato con la dedica e l’anno, quello in cui ha deciso di andare via, quasi a voler sottolineare che sì, ci conosciamo da una vita (e chissà da quante altre, aggiungo io) e magari non ci sarebbe neanche bisogno di dirtelo, ma sappi che ti voglio bene, non scordarlo mai.

E non lo scorderò mai, come non ho dimenticato quei ricordi che mano a mano, giorno dopo giorno, riaffiorano nel mio cuore innaffiati dall’affetto impresso nei colori di quella tela piccola nelle sue dimensioni terrene, ma straordinariamente familiare e smisurata. Ogniqualvolta, e ci ho badato solo ora, passavo di fronte e la guardavo, mentre facevo altro, prima di uscire, o così ‘per caso’ direbbe qualcuno che al caso ci crede, mi soffermavo su un pensiero sempre uguale, una memoria atavica, ‘questo posto lo conosco, mi desta ricordi che non so da dove provengano, ma lo intuisco, credo sia un paesaggio in cui ho vissuto, una di quelle terre oltre questa stretta dimensione in cui mi trovo ora’. IMG_8768

Elias, questo il suo nome nella presente esistenza, ha dipinto il Paradiso e lo ha poggiato sopra il tavolo dicendo di stare attenti a non toccarlo per un po’, perché i colori erano ancora freschi. Allora l’ho messo in un punto dove non l’avremmo (io e il mio compagno) toccato fino alla sua asciugatura. E lì è rimasto fino a qualche giorno fa, in attesa ‘di una bella cornice da comprare per appenderlo’. Ogni tanto lo prendevo, m’immergevo in quell’Eden di colori che tanto mi riportavano alla memoria tale Realtà meravigliosa.

Ora non sono più sicura di volere una cornice, preferisco che l’immagine senza fine si perda tra le mura di casa, magari suscitando altri colori intorno. Sono certa che lui saprà consigliarmi adeguatamente, da artista originale quale era. Che, come tutte le anime estrose e colorate, nelle tele imprimeva se stesso.

Grazie Eli.

Per sempre.

Ombre

Cosa significa essere liberi in un mondo dove chiunque si arroga il diritto di fare e disfare i tuoi pensieri, le parole che hai ascoltato e che non hai chiesto di voler sentire? Dove finisce e dove comincia la libertà che ognuno di noi ha di dire basta, ora non mi va, di parlare, di ascoltare, di capire.

I rapporti con le persone sono complicati. Nella chiarezza e nell’ombra rimangono incognite che non sai dove ti porteranno, perché comunque ti lascerai andare, in qualunque tipo di relazione, sia essa familiare, amicale, sentimentale, professionale o d’impegno sociale, ogni rapporto ha in sé una deriva che non conosci, talvolta magari la intuisci, ma di cui non riesci a fare a meno, salvo evitandola a priori.3841b248a2f911e395d30ec7201e8182_8

E ci sono diversi modi di arrivare a stabilire una relazione con qualcuno. Dal punto di vista karmico, le relazioni sono quasi sempre ripetizioni di incontri già avvenuti in passato, con debiti e crediti da bilanciare. Per cui ripartono più o meno dal punto in cui si sono interrotte. Un punto non sempre favorevole, talvolta svantaggiato e incomprensibile agli occhi del presente. Se i nodi di questi incontri già avvenuti si sciolgono rapidamente, le relazioni saranno durature oppure si estingueranno senza strascichi, e ognuna delle parti coinvolte avrà tratto o trarrà beneficio e saggezza dalle lezioni impartite e apprese. Perché una relazione implica questo, dare e ricevere, imparare e insegnare. Ognuno di noi ha da imparare, anche dalle persone apparentemente più ‘strane’.

Già, facile a dirsi, anche a credersi. Ben più difficile è riuscire a mettere in pratica, specie con le persone più difficoltose, tali comportamenti. E non perché per volontà propria non lo si voglia fare a priori, anzi. Talvolta ci facciamo quasi del male, a stare appresso ai modi e alle rotture degli altri, senza capirne bene la ragione. Poi arriva un momento in cui ogni cosa cessa di avere senso, a livello conscio, e i rapporti si frantumano, si sbriciolano in pezzi talmente piccoli, da non riuscire a ricostruire nulla. Si può solo buttare via quelle briciole e fare come se non fosse esistito nulla, come se le persone con le quali non si è riusciti a trovare un punto d’incontro, fossero ombre.

Questa è una possibilità, ma soprattutto un diritto che ognuno di noi deve avere. Non importa quali implicazioni ci siano state con l’altra persona, il fatto è che nessuno può costringere l’altro in alcun modo.

A me è capitato in questi giorni di avere a che fare con una persona, che non si arrende all’evidenza della mia libertà di scegliere, ora, di non volerla vedere e né sentire. Una persona che persiste nell’inviarmi messaggi a cui non voglio rispondere e che nemmeno leggo più, perché ne intuisco il contenuto indigesto, privo di ogni chiarezza, perverso, invasivo. Dove voglia andare a parare questa persona, non lo so. So solo che è entrata nella mia vita trasversalmente e pretende da me che le risolva un’esistenza sbagliata che si è costruita da sola.

La mia conclusione è che nessuno, che venga da un passato remoto o meno, può pretendere la nostra disponibilità all’ascolto, al dialogo, alla comprensione. C’è un momento nella vita in cui queste capacità possono venire a mancare, sia nel darle che nel riceverle, e bisogna semplicemente accettare questo fatto. E non sopraffare l’altro o altra per le mancanze pretese, perché la pretesa è la negazione del diritto all’autodeterminazione di un individuo.

Questo post è principalmente uno sfogo personale, come tanti altri del resto, ma questo lo è ancora di più. Perché quando i rapporti umani diventano disumani, io sono la prima a fermarmi a riflettere, a pormi delle domande. Ma poi la risposta arriva.

E quando arriva la accolgo. E sono capace, alla fine, di mettere un punto.

Fermarsi un po’.

Ci sono giornate che non scendono, rimangono incastrate nell’esofago, a strozzare quel desiderio di aria che mantiene viva l’esistenza. Poi ti giri, fai una piroetta su te stessa, e inevitabilmente cadi. Cadere è liberatorio, dà quel senso del sempre di cui si ha bisogno, da quando si nasce fino alla prossima morte. Ti rende lucida, in grado di amarti, ti dà il giusto valore.

Quello che tutti dovrebbero conoscere, il loro giusto valore. Senza il quale si è inconsciamente e ripetutamente portati a cadere ancor prima di alzarsi, rotolando nella propria ombra. Io questo non lo voglio, mai. Preferisco pestare il culo forte una volta tanto, ma poi alzarmi e farlo sul serio, ché di menzogne non si vive, né si muore. E io ho voglia di andare in fondo all’esistenza tutta, senza compromessi. 1932387_10202288790414562_1343428350_n

Il fatto è che in queste giornate con le code mozzate che saltano da una parte all’altra, niente ti sembra importante perché dai importanza a tutto. A chi non risponde, al lavoro che stenta a decollare, all’incomprensione generale delle persone che ti circondano nascoste nei loro egoismi di sempre.

Odio gli egoismi, e magari sono la più egoista di tutti, dico magari, che non significa sia certamente così. Perché di domande me ne pongo parecchie, le stesse che le persone mi vomitano addosso, come se dovessi avere la risposta a tutto. E invece no, non ho nessun responso e non voglio averlo. Non sono una sibilla, sebbene abbia certe capacità medianiche, ma non le so usare. E forse nemmeno voglio imparare a farlo.

In queste giornate che si bloccano e non vanno giù, ma neppure su, il malessere risiede in quell’intermezzo che biascica parole nervose, scomposte, frasi che vorrebbero una risposta, ma che sono destinate a rimanere ferme, nell’etere di un mercurio retrogrado.

E io non ne posso più di questo mercurio che va al contrario, davvero. Per cui mi siedo, per qualche giorno ancora, e aspetto. Ho bisogno di riprendere da dove ho interrotto, ho bisogno di camminare per non fermarmi più fino alla prossima caduta.

Pensiero in caduta libera

In questo periodo di elezioni sarde, mi sono fatta la mia idea, a dire il vero da un bel po’ prima. Ma ora quest’idea si delinea meglio, è visibile, o forse invisibile. Nel senso che un’idea trasmuta, nel tempo e nella forma, per cui a volte sparisce del tutto.

La mia idea non è concreta, o possibile, come le tante che girano per strada, o sul web, a tappezzare di santini e santoni i muri virtuali e non. E’ un raggio di luce, un graffio di pioggia, un tuono. Una marea in piena, una luna, nuova o piena anch’essa, è natura, vita. Parte da presupposti che non hanno un tubo a che fare con le statistiche, i movimenti, i partiti. Non puoi fare sondaggi su una singola idea, vibra di luce propria, si estingue e risorge da sola. Senza i cliché della maggioranza.

Leggo parecchio, delle idee altrui, dei gruppi di riferimento altrui. E ora che le elezioni si avvicinano e le persone fremono tutte, in attesa del risultato, leggo tutta la finzione e pochezza di questi avvenimenti.

Ci sono individui che stimo dal punto di vista umano. Altri un po’ meno, cerco di non giudicare i loro percorsi, ché ognuno ha il proprio, ma non posso sinceramente parlare di stima o di qualcosa che nemmeno a questa si avvicini. Li guardo e rimango così, perplessa.

Guardo questa competizione (parola che mi fa schifo nel suo senso reale, che è uno e quello rimane) elettorale con occhi stanchi, annoiati. Il ripetersi delle parole ormai scevre di qualsiasi significato, rigonfie, parole che auspicano una narrazione, che tale rimane, vuota, inconsistente.

Narrazione che non conosce le parole, evidentemente. Che si nutre di esasperazione, convinzione assoluta della propria perfezione e capacità, laddove non ce n’è. E non ce n’è per nessuno, sia ben chiaro. Ché a nutrire se stessi di perfezione si perde il valore di qualsiasi realtà, anche quella immaginaria, che perfetta non lo è mai.

Per chi scrive, infatti, la prima regola dovrebbe essere proprio questa. La realtà. E non una realtà assoluta, che non esiste, ma quella da cui si proviene, con la quale si fanno i conti (dato che nessuno smette mai di farli, alla fine, nessuno che continui a lavorare sulla propria evoluzione può permettersi un tale lusso). Ma anche una realtà da riscrivere completamente, che non è esente dal passato, il proprio passato, ma ne è pregna e lucidamente lo trasforma, divenendo il presente.

E il presente non è possibile o impossibile, semplicemente è. Non ci si proietta in un futuro senza essere presenti. Per esempio, persone del calibro (umano) di Riane Eisler, hanno fondato la loro visione futuristica del mondo su basi solide, prima di tutto intime, poi di studio, e di realtà a tutti i livelli, andando a ritroso nel tempo fino agli albori della storia, per trovare il nocciolo della questione. Un nocciolo che racchiude tutte le incongruenze di questa società, a partire dalla differenza sostanziale del ruolo della donna e dell’uomo in questo mondo.1503831_10202016308002672_723597145_n

Calpestando la terra che ripercorre il ciclo storico che ci ha portato qui ora e oggi, si ha la sensazione di poter camminare oltre, verso un futuro che sarà il presente di domani. Senza narrazioni pericolose, diciamo pure bugie, ma realtà che si concretizzano nel presente.

E le sue idee per un futuro gilanico, confluiscono nell’unione indissolubile tra passato e presente, per determinarlo in maniera consapevole, non raffazzonato per l’occasione, non descritto a propria immagine e somiglianza, come dio o dea in terra, che detta il proprio verbo fingendo di condividere una realtà che non esiste.

La narrazione prende spunto da percorsi reali, dalla vita stessa. Non plagia la realtà spacciandola per possibilità di rappresentazione. Inoltre, sempre, la narrazione è trasformazione in primis della propria verità. Non si può applicare a un gruppo di verità, o estendere a una terra intera fatta di molteplici verità. A chi si auto definisce narratore, o meglio, bravo a inventare storie, rispondo che le storie non s’inventano, si vivono, prima di tutto. Prima di poter arrivare così in profondità da poterle esprimere e condividere, e in questo modo da renderle empaticamente universali. Altrimenti l’infondatezza della realtà delle parole (che traspare in ogni verso o slogan) diventa il fattore determinante della narrazione stessa.

Ed è qui che casca l’asino, o asina.

Tanto ci rivedremo

Ed eccomi qui, ancora una volta, a respirare pensieri che vagano come mine impazzite. Li riordino e mi dirigo verso quella morbida certezza che è la vita, con i suoi alti e bassi, con le morti e le nascite a incorniciarla.

Il mio passaggio dal vecchio al nuovo anno è stato sereno, familiare, amichevole. Sono stata bene e non mi lamento di qualche personale momento di sconforto.

E’ successo però che da qualche giorno ho appreso la notizia della morte di una persona che ho conosciuto nell’ultimo anno e mezzo. Io che ho un’idea della morte non come della fine, ma come passaggio per un nuovo inizio e così via, io che credo nella reincarnazione; ci sono rimasta male. E non perché non sappia che lui ora sta bene, più di chi ha lasciato a piangerlo. Ma perché avrei voluto vederlo ancora!blog

Lavorava come personal trainer, era un ragazzo giovane e forte, e non solo fisicamente forte, ma aveva una vigore interiore che chiunque ammirava in lui, specie di questi tempi in cui troppi amano crogiolarsi in dolori esasperati, come se fossero vittime prescelte.

Era una persona che non amava la pigrizia e ti prendeva in giro se, com’è successo con me, ti scappava lo sbadiglio durante l’allenamento e si rendeva conto che la tua voglia di tenerti in forma era pari a zero.

Sono stata una sportiva per parecchi anni, in passato. Ho praticato diversi sport e in particolar modo uno di questi in cui mi sono maggiormente applicata, dopo il nuoto, è stato il kick-boxing. Da quello sport in poi ho vissuto piuttosto di rendita, dando troppo spazio a lunghi periodi d’indolenza. E lui se n’è accorto subito, quando lentamente arrivavo in palestra e con l’iphone in mano pedalavo sonnacchiosa durante la fase di riscaldamento.

Finché, a un certo punto, ho smesso del tutto. Sono smilza, posso mangiare carboidrati fino a mezzanotte senza che mi facciano ingrassare, e quindi mi è sufficiente tenermi in forma. Già, tenermi in forma. Senza allenarmi. E no, qualcosa non torna!

L’ultima volta che l’ho visto, accompagnavo una persona per iscriversi, con la promessa che io stessa mi sarei riscritta. Posto che neanche la persona in questione si è mai iscritta, io non l’ho più visto da allora. E qualche giorno fa ho saputo che prima di Natale è andato via.

Ho sorriso appena mia madre che pure era una sua atleta me l’ha comunicato, un sorriso che mi ha storto le labbra fino a quando, lo stesso sorriso sbilenco, non è scoppiato in lacrime di fronte al mio ragazzo che, ancora lui, aveva allenato per un torneo di tennis. La coppa di quel torneo è qui, un primo posto tra le cose sopra il mobile, un ricordo accompagnato dalle sue parole felici di quella vittoria, raggiunta grazie a un allenamento intenso.

Ha allenato fino a poco tempo fa. Nonostante il tumore stesse prendendo il sopravvento, lui continuava ad allenare anche se non poteva più esercitarsi fisicamente.

Ieri siamo andati in cimitero a portargli un fiore, ben sapendo che ora è ovunque, non dentro quel loculo tra i tanti. Ma è una cosa che abbiamo sentito di fare. Così come l’allenamento fisico, che io personalmente avevo abbandonato per un po’. Ho ripreso il giorno dopo, pensando a lui, in una sorta di dialogo, dove la parola pigrizia è andata in esilio.

Non per forza devo allenarmi in palestra. Esco in bicicletta, faccio gli esercizi a casa, e mando a quel paese la svogliatezza.

Inizio l’anno nuovo con la consapevolezza che una persona meravigliosa è andata a qualche centimetro energetico da qui, in uno spazio infinito, trasmettendomi una grande lezione.

A proposito, come ho già detto durante la nostra chiacchierata, tanto ci rivedremo.

Screaming like a fool on Yule’s Eve.

I found myself screaming today, it’s Yule’s Eve. I always do that during this day. There must be a karmic reason for this, I guess. Anything I cannot explain with reason, has a karmic origin.
We have a few last things to prepare for dinner. We will all be at my mothers’s house. The town is quite empty, or that’s the way I feel it, so full of nothing everywhere.
I have already bought all the presents and this makes me feel comfortable. I love giving, as much as I do love receiving.
The six of us will be eating together, me, my boyfriend, my mom, my brother, my sister-in-law, and my baby nephew.038e60b46b5411e39cea0e5d72f7055c_8
I like the idea of this, I’m prepared to spend a good time. I kind of feel happy about it. But I had a weird moment today, and I started screaming like a fool.
If I think about it, it happens on every Yule’s Eve.
I love this period of the year, so quiet, slow. A part for mass consumption, of course. That makes it a stressful one as well. But if you listen to the silence of nature you feel the smoothness of the air, so endearing.
I do seat, whenever I sense it, and listen. Only today I couldn’t do it, and I broke the silence with a long shout.
It must be Yule’s mood, so kind. I’ve never been a too kind person. I mean, I’m a good one, but not as soft as winter is, with its snow and dead nature everywhere. This is why I love it, because it calms me down.
There’s a long path right behind the town I live in. A path made of trees. The street is wrecked, with a lot of holes in it, and I usually prefer riding it with my bicicle.
When I get there I find a place to stop and rest, that’s all I need. Stop and rest. I even love observing the grass, the small flowers, but this period of the year is sleeping, and nature is not coloured. It’s between grey and green, darker and still.
So I go back home and feel like I’m born again. It’s like talking to my inside, feeling safe.
At home I see my boyfriend preparing dishes for the night. He’s very good at cooking, I believe he has a natural talent. He cooks through his senses, using all his imagination. What comes out is always different, this is why he doesn’t read any recipe.
My mother, who lives nearby, is particularly careful to perfection. Everything must be flawless in her house. It must be exhausting, I tell myself.
I am one of those people whom, for most part of their lives, have been messy. Lately I’m changing a little but I know I’ll never become a maniac of perfection. Besides, me and my boyfirend have a cat living with us, a witch cat. Her name is Morgana. She could stare at us for hours, just moving her neck every now and then, to follow something completely invisible with her farseeing eyes. She’s amazing, I’m sure she knows more than all of us together.
The rest of -part- of my family will come over tonight, my brother, my sister-in-law and their son. My nephew. He is mostly like my cat, he sees things. At least, this is what it seems to me when I look into his eyes, so bright. He has a kind of light around his small body, an energy that reaches all of us together. If I ever come to see him when I’m pissed off or nervous, I suddenly feel relaxed, like if I knew that everything is going to be fine. His positive energy is releasing, makes everyone feel good.
His dad and mom are so grateful for him to be here, and we all are.
All these thoughts came out to scream, so this is why I did it. Because shouting is like talking silently, and I needed to whisper this short story of mine.
We all have some stories to tell. We can call them whatever we want, but I guess they are just needs of our souls to make their point on things.
The rest of my family is scattered around, and this short story shout is dedicated to all of them too.

Pensieri a occhi chiusi.

Oggi la giornata uggiosa mi è entrata nell’anima. Fitta fitta, mi ha trafitto in due parti, la testa a cercare i perché e i percome, il cuore in un angolo, solitario nel suo cammino cieco. Non ha bisogno di guardare, ha un suo modo di comunicare che è silenzioso. A tratti sobbalza, ma fa finta di niente, è serio e perseverante.

Mi chiedo a cosa serva tanta caparbietà. Poi mi dico ‘non è caparbio, conosce la strada, la testa questo non può capirlo’. A volte smetto di crederci, invece è così. 468a0f5c458011e3815722000ae90253_8

Ci sono giorni, come questo, che il ventre pulsa e attende il suo momento per esplodere. Il sangue ribolle e segue l’andamento della Luna. Lei ora cresce, muta e sottile, non cade mai dal suo spazio infinito.

Le domande sono dispotiche quando le giornate ti entrano dentro. Senti di aver bisogno di aria, ma ti accorgi che in realtà stai già respirando. Pensi alla Libertà come a un’astrazione, impalpabile e sorda. Invece è ovunque, dentro ogni granello di sabbia che si disperde lontano come un uccello.

Si può essere liberi di niente.

Una condizione interiore, altro non è. Nessuno può levartela, nessuno può dartela.

In realtà sei quello che vuoi e fai quello che sei, sempre. Anche nelle giornate più sciocche. O in quelle tragiche, che mai vorresti affrontare.

Ma la tragedia è ancora una condizione interiore. Tutto nasce e finisce nel martellante pensiero di cui siamo impregnati, fino a percepire noi stessi attraverso la mente ovattata.e513de06428711e386a022000a9e06e7_8

Lasciarsi andare sarebbe nuotare a cuore libero. Con gli occhi chiusi e consapevoli, come dentro un grembo.

Voglio lasciare questo quadrato assordante e fastidioso al nulla che gli appartiene. Gioire della sabbia che si dissolve nell’amore assoluto.

La sola mente è la vera trappola.

 

Ricordi sopra una panchina

Oggi un’amica mi ha chiesto cosa pensavo di un libro che mi ha prestato. Le ho detto che mi è piaciuto molto, ma ho tenuto le parole più intime dentro di me, perché ogni volta che mi si chiede cosa penso di un libro, di un film, di un quadro, o altro, mi si apre un mondo. O forse si chiude. Come un cerchio che compie il suo percorso, per ricominciare.

Io stessa scrivo, lo faccio da tempo. Mi piace usare le parole, come anche qui. Percorro circonferenze emotive, mi spoglio dei preconcetti, togliendo a me stessa ogni possibilità (o quasi) di travisarmi.ImageProxy

Ho una mia idea di quello che scrivere o disegnare o immortalare, significhi.

E’ un’operazione trascendentale, come la meditazione. Non si può scrivere semplicemente inventando, secondo me, le parole sono visioni, di qualsiasi epoca o trascorso, ma questo sono. E come tali, non possono essere trascritte noiosamente, attraverso i tempi morti dell’inganno. Quando chi scrive lo fa, entra in uno stato di trance e racconta quello che non è visibile, la verità.

Questa è la costante della narrazione, l’attendibilità di chi scrive.

Quando andai a Firenze, anni fa, frequentai dei corsi di scrittura creativa. Un’esperienza di cui ho parlato spesso e che ritengo essere stata una grande lezione di vita e di anima, per me. La mia insegnante era una di quelle persone profonde e sfacciate allo stesso tempo, che non avevano timore di dire la verità. Le sue storie, di racconti brevi e lunghi, ti lasciavano la pelle appuntita, irta di sensazioni, voci. Le sue visioni, nitide e intime, non davano spazio all’immaginazione, erano lì, pesanti fardelli di vita vissuta. Cocci di esistenza colorata di senso proprio, che non andavano a cercare altrove per disegnare un personaggio e inserirlo in una storia. Bastava ricordare.

Il ricordo, più o meno consapevole, è il perno attorno a cui ruota il significato della narrazione.

E non importa sotto che forma esso riaffiori, sempre di memoria si tratta. E non potrebbe essere altrimenti, dato che altro non siamo se non testimonianza di vita racchiusa in un’unica anima che scinde i ricordi per dilatarli in un tempo che in realtà non esiste.

Ma per tornare alla mia amica che mi chiedeva del libro prestato, mi piace ricordare che l’ho voluto leggere al parco, perlomeno la parte centrale, prendendo la mia anima e portandola in un luogo lontano dai soliti. Non troppo, ma il tanto giusto per leggerlo leggera. Nel tepore di una giornata autunnale ancora estiva, in ritardo coi tempi. E lì l’ho lasciato, non fisicamente, ma col ricordo. Sebbene l’abbia iniziato e concluso in camera da letto.

Quel libro ha per me il sapore della panchina su cui ero sdraiata e dove le riflessioni accoglienti della scrittrice si frammentavano nelle parti dei personaggi. Veri o presunti, questi ultimi parlavano la lingua dell’anima dell’autrice, di cui percepivo le oscillazioni forti, confessioni snodate in una narrazione appesa al filo che scorre sottile tra il qui e l’aldilà.

Apre dei varchi, questo è quello che fa chi scrive con l’anima.

Nel transito di quel racconto, scorgi la verità. Che è sempre palese quando il linguaggio non ha pudore. Quando scivola lascivo dentro il cuore e puoi sentirne bene il battito delle parole. Ti riconosci, cominci a ricordare il tintinnio dei suoni che fanno parte delle anime asciutte, non prolisse, plagiate.

Come diceva durante i corsi la mia insegnante, che non parlava per compiacere, la verità non può prescindere dalla nostra narrazione.

Poco fa ho letto il racconto di un’altra scrittrice e non ho percepito niente. Una storia anonima, senza personaggi, senza memoria. Una storia (forse) ascoltata, non vissuta. Nella quale ho intuito il tentativo malriuscito di voler ‘creare empatia’. Una sorta di propaganda. Ma non si può manipolare chi legge, mi dico. L’empatia è memoria. Non c’è memoria in una storia senz’anima. E’ un tranello. Il lettore, persino il più smemorato, non dimentica mai se stesso, in fondo.

E’ stato in quel preciso istante che ho ricollegato la memoria del libro che mi ha prestato la mia amica, a questo racconto insipido.
E’ scattato un pensiero, una sintesi, una confessione.

La verità.